Per visualizzare questo contenuto devi accettare di utilizzare i cookie.

politica: fuori dal labirinto

da che cosa derivano le scelte politiche

Ci sono essenzialmente due ragioni per cui una persona opta per una data scelta politica piuttosto che per un'altra:

  • l'interesse (economico)
  • i valori (ideali).

Queste due motivazioni non si escludono reciprocamente, non ci sono persone determinate solo da uno di questi fattori, ma normalmente concorrono insieme a determinare le scelte politiche di una persona. E questa duplice origine rispecchia la duplice componente dell'essere umano, che è fatto

  • di corpo (per cui si interessa alla dimensione materiale, essenzialmente economica)
  • e di anima (per cui si interessa anche ai valori che le scelte politiche assecondano o contrastano).

È merito di Marx aver riconosciuto l'importanza del fattore economico-materiale nella vita politica, ma è suo limite averla resa l'esclusiva molla dell'agire politico. In realtà noi desideriamo star bene materialmente, ma desideriamo anche vivere in una società che rispetti gli ideali che secondo noi rendono la vita degna di essere vissuta.

In questo senso ci sono persone che avrebbero tutto l'interesse economico a votare a sinistra, perché poco abbienti, ma votano per la destra, anche estrema, perché essa appare loro difendere dei valori da loro giudicati indispensabili. Un tempo si faceva al proposito l'esempio del sottoproletariato urbano nelle periferie delle grandi città: gente povera, ma che votava MSI, non per interesse economico, ma perché si rispecchiava nei valori di tale partito (parole d'ordine forti e semplici, impostazione maschilista e autoritaria, ecc.).

Viceversa ci sono miliardari che votano a sinistra, non per interesse economico, ma per adesione ai valori della sinistra (egualitarismo, giustizia e simili).

Ma soffermiamoci anzitutto sui fattori materiali.

il fattore economico

Almeno dal '600 i governi fanno una politica economica, che suscita l'approvazione degli uni, e la riprovazione di altri. Uno dei punti decisivi della politica economica è la questione fiscale: si tratta di decidere quanto lo Stato debba interagire nella dinamica economica.

  • ci può essere uno Stato più leggero, che lascia la massima libertà di intrapresa agli individui, mantenendo al minimo le tasse (le entrate), e di conseguenza mantenendo al minimo anche i servizi da esso erogati (che rappresentano le uscite).
  • o ci può essere uno Stato più interventista in ambito economico, uno Stato che si fa carico delle disparità economico-sociali, non credendo che la «mano invisibile» basti ad assicurare condizioni dignitose per tutti, e cercando di condurre tali disparità a livelli accettabili, prelevando ricchezza dai ricchi (con le tasse) e distribuendola, con i servizi statali gratuiti (scuola, sanità, trasporti ecc.), a tutti.

Le due cose, entrate e uscite, sono collegate: se si hanno poche entrare, si avranno poche uscite; se si vogliono molte uscite (erogare servizi gratuiti) ci vogliono molte entrate (un adeguato prelievo fiscale).

Storicamente la prima linea è quella delle destre, votate per interesse economico da quella che marxianamente è la borghesia, in Italia potremmo dire "le partite IVA", gli imprenditori (grandi e piccoli): è ovvio che tali settori della società vogliono pagare meno tasse possibili (perché sono loro, e non i lavoratori dipendenti a doverne portare il carico maggiore), potendosi d'altra parte disinteressare dei servizi statali gratuiti, visto che loro si arrangiano comunque con le loro risorse private.

Viceversa la sinistra, che fa della giustizia sociale la propria bandiera, ha sempre optato nel senso di uno Stato economicamente interventista, per poter alleviare (o azzerare, nel caso del comunismo) le disparità sociali.

un equilibrio non facile

È un fatto che trovare il giusto equilibrio non è facile. Da una parte, se si punta troppo sulle tasse, si rischia di azzoppare l'economia, che funziona bene se c'è iniziativa privata, la quale dovrebbe avere la giusta gratificazione dei propri sforzi e del rischio che corre un privato, rischio che invece il lavoratore dipendente, tanto più se statale, non corre.

A ciò si aggiunge il fatto che le uscite statali (la spesa pubblica) non sono sempre giustificate: da una parte nell'ambito del pubblico il lavoratore dipendente, dal momento che gode di una sostanziale immunità (la non licenziabilità, ad esempio), non è incentivato (a meno che abbia una forte coscienza etica personale) a dare il massimo, visto che producendo 10 o producendo 100, sempre 50 prende. D'altra parte gli amministratori pubblici sono spesso tentati di fare scelte economicamente non produttive e oculate, ma utili sul piano elettorale.

D'altra parte anche un capitalismo selvaggio ha i suoi gravi limiti, come quello di creare delle sacche di povertà, con gente senza casa e senza lavoro, o di impostare tutta la vita della società su una competitività aggressiva e disumana.

Occorre dunque un giusto equilibrio: uno Stato che interviene, ma senza alcun pregiudizio sull'iniziativa privata in quanto tale, ma solo evitandone una degenarazione "selvaggia", ed evitando anche sprechi e clientelismi nella gestione del denaro pubblico.

Nell'Italia di oggi si tratta anzitutto di ridurre le tasse, così da avere un'economia più dinamica e alla fine un circolo virtuoso: invece di prelevare il 40% di un fatturato totale (mettiamo) 50, prelevare il 20% avendo un fatturato totale, che grazie all'alleggerimento fiscale, sarebbe non 50, ma 100 (o anche più). Così che alla fine lo Stato potrebbe comunque erogare adeguati servizi.

Una sinistra favvero moderna dovrebbe capire perciò che ridurre ragionevolmente le tasse non è una politica “di destra”, nella misura in cui finisce col favorire anche i ceti meno abbienti e i lavoratori dipendenti.

Insomma meglio prelevare poco da tanto, che prelevare tanto da poco. Anche perché in questo modo si innesca un circolo virtuoso: le aziende, guadagnando di più, assumeranno di più.

Questo vale soprattutto per le piccole e medie imprese. Il grande capitale invece dovrebbe essere tassato più di quanto non accada oggi, perché è quello che più si rivela biecamente sfruttatore.

il fattore ideale

È tipico della destra puntare sui valori dell'individuo (come la sacralità della vita, o la libertà), mentre è tipico della sinistra puntare sui valori della collettività (giustizia, eguaglianza, accoglienza dell'altro).

Lo stesso mondo cattolico (e cristiano) è spesso diviso tra chi privilegia la morale individuale (enfatizzando la lotta all'aborto e all'eutanasia, o l'opposizione a nuove modalità di convivenza familiare), trascurando però i valori "sociali" e chi al contrario privilegia questi ultimi (i già ricordati: giustizia, eguaglianza, accoglienza dell'altro), trascurando i primi.

Purtroppo, insomma, c'è chi è molto attento agli esseri umani non nati (lottando contro l'aborto), ma poi lascia andare in rovina gli esseri umani già nati (rifiutando la solidarietà ai più poveri), e viceversa.

Anche qui occorre equilibrio, nel senso di puntare sulla totalità valoriale: occore coltivare sia la dignità della persona in quanto singolo, sia il dovere della solidarietà verso tutti, specialmente i più deboli e poveri.

Per visualizzare questo contenuto devi accettare di utilizzare i cookie.

seguici: Blogger Facebook

chi siamo | sostienici


f Condividi

Per condividere su Facebook questa pagina puoi copiarne l'indirizzo dalla barra degli indirizzi (la trovi in alto) e incollarlo sulla tua pagina facebook. In questo modo evitiamo di installare cookies sul tuo dispositivo, venendo incontro alle disposizioni legislative di recente introdotte.



Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons:
Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia
.

valid XHTML | valid CSS | cookies - privacy

Per visualizzare questo contenuto devi accettare di utilizzare i cookie.