ipocrisia di Putin: questa sarebbe l

La questione ucraina

«Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato.
La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, (...) una sconfitta di fronte alle forze del male.»
papa Francesco, in Fratelli tutti

Vorrei qui raccogliere in modo sistematico quanto ho finora capito sulla questione Ucraina.

i fatti: una incredibile sofferenza

Il popolo ucraino, dal 24 febbraio sta venendo massacrato da Putin. Riporto una testimonianza citata agli Esercizi di CL del maggio 2022:

«L’esperienza della vita del movimento mi ha donato la possibilità di percorrere tutto il cammino di Marta di cui hai parlato e di sperimentare il desiderio costante di Cristo che ne è scaturito. Grazie a questa esperienza io vedo la Sua misericordia ogni giorno. Ma in questi mesi il male è diventato talmente grande che per gli ucraini non si tratta dell’insoddisfazione di Marta per il fatto che l’uomo è destinato a morire. La mia città viene bombardata tutti i giorni, molte donne hanno dovuto lasciare le loro case, hanno perso i loro familiari, visto andare in guerra i mariti. Hanno paura, soffrono, provano odio. In questo momento, per l’assedio di Mariupol, ci sono donne e bambini che muoiono di fame o sono feriti e subiscono sofferenze tremende. Sono sepolti vivi. È come se l’esperienza di Marta mi proponesse di staccarmi dalla mia realtà o di accontentarmi della memoria di Cristo. L’Ucraina adesso non sta vivendo l’esperienza di Marta, ma quella di Cristo che sulla croce gridava: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. E molti di noi sanno che non era stato abbandonato, perché noi conosciamo Cristo risorto. Ma come possiamo vivere oggi nel male totalizzante, in cui perfino Cristo ha fatto fatica a vedere il Padre?».

Chi non si lascia smuovere da queste testimonianze è un cinico, nel cui cuore alberga colui che è «omicida fin dal principio»

Il quotidiano Avvenire è tra le altre una fonte autorevole delle atroci sofferenze inferte al popolo ucraino. Così comincia uno dei più significativi reportages al riguardo:

«Bucha non è solo l’altro nome dell’inferno per civili inermi. Bucha è il metodo per dominare e addomesticare. Come a Snigurivka, dove vige la legge senza regole di Yuriy Barbashov, il comandante che decide chi a quest’ora dev’essere già morto. Ha fatto scavare almeno un centinaio di buche. Poi riempite. Un condannato alla volta. Per dare l’esempio, e non fare baccano.

Torture, uccisioni indiscriminate, fosse comuni, intimidazioni. Quelle che raccogliamo lungo le strade del sud sono le voci vicine di un tempo lontano: l’assedio, la fame, i ricatti per restare in vita. Ci arrivano con l’aiuto dei partigiani nascosti nei villaggi controllati da Mosca. Barbashov è un separatista, ma questa zona non è il Donbass. Eppure lui è qui per completare l’opera che i giovani carristi russi non erano riusciti a ultimare.» (fonte: Avvenire 13.08.2022)

sfondo generale

il peccato, radice di ogni guerra

1. In generale gli esseri umani sono per natura buoni, ma il peccato originale e l'azione del diavolo alterano la condizione effettiva, storica della natura umana, facendo sì che gli esseri umani dimenticando di appartenere alla stessa umanità, si mettano gli uni contro gli altri. Anzi facendo sì che ci sia divisione anche dentro ogni persona. Si abbandona così l'universalismo, che riconosce che il mio vero bene coincide col vero bene di chiunque altro, e si persegue il particolarismo, per cui il mio bene sarebbe alternativo al tuo: mors tua vita mea.

“noi contro loro”: un malinteso senso dell'identità

2. In particolare, nei paesi dell'Europa orientale il senso di appartenenza collettiva etnico-nazionale è senza paragone più forte che in quelli occidentali, dove prevale il valore dell'individuo. Questo di per sé potrebbe non essere negativo: c'è un amore sano alla propria patria, è nella natura delle cose che l'appartenenza all'umanità totale sia mediata da appartenenze più prossime e necessariamente più ristrette; ed è anche normale che in alcuni paesi ci sia un maggior senso di appartenenza collettiva, e in altri una maggior sottolineatura del valore dell'individuo e della sua libertà. Ma quando la comunità prossima viene concepita, invece che come una parte, come il tutto, un tutto chiuso in sé stesso, quando l'interesse della propria patria è messo in contrasto con l'interesse di altre patrie e non si vuole riconoscere ad altre comunità una parità di diritti, allora ci troviamo davanti a qualcosa di negativo. Così infatti il patriottismo si perverte in nazionalismo: noi contro loro. “Noi buoni” contro “loro cattivi”. Ragionare in questo modo è sempre sbagliato, perché gli esseri umani non sono resi buoni o cattivi dal fatto di appartenere o meno a una certa categoria che non dipenda dalla loro libera volontà, come lo sono la razza o la nazione. Gli esseri umani sono buoni o cattivi in base a come usano la libro libertà, che ogni individuo è chiamato a rischiare.

democrazie, dittature e guerra

3. Gli scontri tra stati e le guerre sono promosse in modo enormemente più facile da stati non democratici. Perché in una democrazia l'ingresso in guerra deve essere approvato da una complessità di poteri reciprocamente bilanciantesi e “distribuiti”, e in democrazia tali poteri (in pratica il governo e il parlamento) sono sensibili agli umori dell'opinione pubblica, dato che chi li ha messi al posto dove sono è il voto popolare, e le opinioni pubbliche, se ben informate da fonti di informazioni pluralistiche (e non da propagande belliciste a senso unico, come nei regimi dittatoriali), sono in genere restie alle guerre, se non altro perché ne temono le inevitabili conseguenze distruttive. Nei regimi non democratici invece chi governa non deve cercare  la conferma del voto popolare, controlla totalmente i mezzi di informazione e può reprimere qualsiasi dissenso. E questo permette di presentare il “nemico” in modo menzognero e caricaturale, enfatizzandone la cattiveria e la pericolosità, senza che nessuna voce libera possa smentire tali menzogne. La storia conferma che i regimi non-democratici sono incomparabilmente più guerrafondai di quelli democratici: la prima e, più ancora, la seconda guerra mondiale sono state scatenate da regimi rispettivamente autoritari (Imperi austro-ungarico e germanico) ed espressamente totalitari (Germania nazista, Italia fascista, a cui anderebbe aggiunta anche l'URSS, che siglò lo scellerato patto Molotov-Ribbentrop).

come si è arrivati all'attuale guerra

la “guerra fredda”

A fine anni '80 cade il comunismo, che era stato dalla seconda guerra mondiale in poi il grande nemico dell'Occidente democratico, per cui si era creata una situazione chiamata “guerra fredda”, una guerra all'ultimo sangue, perché il mondo democratico non avrebbe potuto dormire sonni tranquilli fin quando fosse esistito un solo paese comunista, e viceversa il mondo comunista non poteva acquietarsi se non conquistando il mondo intero. Ma di guerra fredda si trattava, perché non poteva essere guerreggiata, dato che entrambi i fronti possedevano armi atomiche, che avrebbero causato (o almeno potuto causare) la fine di tutti e due i contendenti. Così si era creato l'equilibrio del terrore

gli errori dell'Occidente dopo l'89

Con la caduta del comunismo nel blocco sovietico ci si poteva aspettare un'epoca di pace generale e stabile, segnata dalla generale accoglienza del modello democratico occidentale. Così pensava ad esempio Francis Fukuyama, in contrasto con Samuel Huntington, che prevedeva il persistere di una conflittualità ineliminabile.

Ma l'Occidente, caduto il comunismo, commette due grossi errori a) usa la carota dove serviva il bastone, e b) usa il bastone dove serviva la carota

deboli coi forti

a) Da un lato infatti considera trascurabile il persistere di regimi dittatoriali o semi-dittatoriali, illudendosi che bastasse il commercio a renderli, gradatamente, democratici, senza fare adeguate pressioni e senza cercare di attuare qualsiasi strategia possa aiutare le popolazioni di tali paesi a svegliarsi e a chiedere di potere essere informato in modo libero e pluralistico e di poter decidere del proprio destino. 

forti coi deboli

b) Dall'altro l'Occidente, in particolare gli Stati Uniti, si abbandona a un unilateralismo arrogante, che umilia altre nazioni e semina frustrazione: lo fa in particolare in Iraq, con la prima e poi con la seconda guerra del Golfo, dove gli USA intervengono, in modo un po' meno unilaterale nel primo caso, e molto più nel secondo, in cui arrivano alla vera e propria occupazione dell'Iraq, senza alcuna autorizzazione internazionale. C'è poi l'intervento nella ex-Yugoslavia, dove gli USA non intervengono quando avrebbero dovuto (cioè nel processo di indipendenza della Croazia prima e della Bosnia poi) e intervengono troppo e male nel caso del Kossovo, che viene strappato alla Serbia grazie al massiccio intervento aereo americano. Non è che non bisognasse muoversi per evitare massacri. Ma, come negli altri casi citati, l'America dava per scontato che, essendo venuto meno il dualismo USA/URSS ed essendo loro rimasti l'unica superpotenza mondiale, fosse loro diritto e dovere agire da gendarmi del mondo, senza cercare un coordinamento internazionale, senza coinvolgere il più possibile cioè tutte le nazioni (almeno quelle che accettano il dialogo) nel processo decisionale e attuativo di interventi in Stati in cui i diritti umani fossero gravemente violati. Un caso a parte è l'intervento nell'Afghanistan dei talebani, complici degli attacchi alle Torri Gemelle: lì un intervento anche unilaterale ci poteva stare, ma anche lì l'America ha puntato tutto sulla dimensione militare, trascurando il fattore umano e culturale.

Insomma, invece di usare il bastone contro il totalitarismo antidemocratico e la carota verso le esigenze di un mondo multipolare egualitario, l'Occidente ha fatto esattamente il contrario. Perché ha guardato al suo comodo immediato, particolaristicamente.

Che cosa avrebbe dovuto fare verso i regimi non-democratici? Tutto il possibile per spingere i paesi da loro governati vero la democrazia e il rispetto dei diritti umani. Come? Anzitutto con la leva economica, subordinando il commercio con loro al rispetto dei diritti umani: li rispettate 5, commercio con voi 5, li rispettate 50, commercio con voi 50. E per far questo avrebbe dovuto evitare nel modo più categorico di dipendere per le forniture energetiche da paesi non-democratici. Qui si apre un discorso molto ampio e di non facile e immediata soluzione. Puntare sulle energie rinnovabili avrebbe dovuto essere un elemento, ma non certo l'unico. Occorreva anche meno ideologicità sul nucleare e sullo sfruttamento di risorse disponibili nei paesi democratici, ma che una astratta schizzinosità pseudo-ecologica tratteneva dall'utilizzare.

In secondo luogo andava fatta un'operazione di capillare informazione presso i popoli russo e cinese, e di sostegno ai movimenti di resistenza democratica presenti in tali paesi, esigendo che i loro governi lasciassero sempre più quello che già Gorbavciov voleva: la glasnost, la trasparenza di una informazione pluralistica. 

Invece, pur di fare affari, si sono trascurati i diritti umani e la democrazia. E adesso ne paghiamo le conseguenze.

Esiste l'Ucraina? Motivazioni di una resistenza

la propaganda “putiniana” (le virgolette sono perché non è solo Putin a sostenerlo, ma anche l'oligarchia che lo sostiene) tende a negare l'esistenza stessa di una identità nazionale ucraina.

Una risposta immediata e attuale a questa tesi è nel fatto che da due mesi l'Ucraina sta opponendo una resistenza che non mi pare retorico chiamare eroica, perché il popolo sta subendo attacchi giorno e notte da parte di una potenza decisamente superiore in termini di capacità militare (oltre che demografica ed economica), senza perciò arrendersi o fare quello che Putin sperava facesse, rovesciare il suo presidente, Zelensky.

Ma che l'Ucraina esista è documentato anche da altro, a partire dal fatto che esiste una lingua ucraina e una mentalità ucraina, più dinamica di quella di gran parte della Russia (almeno della Russia “profonda”, rurale e tradizionalista, per non parlare dei nostalgici di Stalin, che ci sono e non sono pochi, anche nella al punto che c'è chi pensa seriamente a santificare StalinChiesa ortodossa) soprattutto nell'area occidentale, dove il legame con l'Europa è più forte.

nazismo?

A rinsaldare il senso di identità ucraina mi risulta abbia contribuito in modo molto forte il massacro per carestia che attuò Stalin nei confronti dei kulaki, contadini (soprattutto ucraini) arricchitisi con la la Nuova Polituca Economica, che reintroduceva, nell'URSS comunista, elementi di libero mercato, cfr. la pagina sul comunismo in cultura nuovaNEP: furono milioni gli ucraini che persero la vita.

Anche per questo, quando i tedeschi avanzarono nell'Unione Sovietica nel 1940 trovarono in molti ucraini degli alleati contro i russi (analogamente a come trovarono come alleati molti croati contro i serbi e molti slovacchi contro i boemi).

E questo spiega anche la leggenda degli ucraini come nazisti: certo, durante la 2a guerra mondiale, memori dei massacri di Stalin, molti ucraini preferivano Hitler al dittatore georgiano. Solo per questo, non perché ne condividessero il programma criminale.

Se però fosse vero che oggi gli ucraini aderiscono all'antisemitismo nazista non si capirebbe perché Israele sia decisamente più vicino all'Ucraina che a Putin. Né si capirebbe perché i nemici di Israele tifino invece per Putin.

Su questo punto si trovano interessanti notizie sul Il Post, da cui cito le seguenti informazioni:

1. È vero che in Ucraina ci sono i nazisti?

In Ucraina, come in tutti i paesi europei, sono presenti gruppi e partiti di estrema destra. L’Ucraina ha anche una lunga storia di collaborazionismo col regime nazista tedesco durante la Seconda guerra mondiale. Oggi però i gruppi neonazisti fanno parte di una frangia estremamente minoritaria della politica ucraina. Alle elezioni parlamentari del 2019 vinte dall’attuale presidente Volodymyr Zelensky – che fra l’altro è ebreo – il principale partito neofascista, Svoboda, ha preso il 2,15 per cento dei voti.

Il controverso Battaglione Azov, una milizia incorporata nell’esercito ucraino che ha posizioni esplicitamente neonaziste, prima della guerra contava appena qualche centinaio di membri.

Molti analisti concordano sul fatto che il presidente russo Vladimir Putin abbia accusato le istituzioni ucraine di connivenza con i neonazisti per fare leva su un sentimento di orgoglio ancora oggi molto diffuso in Russia per il contributo dato dall’Unione Sovietica a sconfiggere la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale.

una identità plurale

Certo, rimane che l'Ucraina è un paese complesso, in cui vi sono forti legami storici con la Russia e una nutrita comunità etnico-linguistica russofona.

In questo senso uno sbilanciamento unilaterale verso l'Europa occidentale, che pretendesse di recidere i legami - non con Putin ma - con la Russia, non risponderebbe alla verità storica totale.

Su questo tema si possono trovare interessanti considerazioni su un libro editato recentemente dalla Civiltà cattolica.

Anche sul Blog di Massimo Borghesi si trova del materiale interessante per capire la complessità dell'identità ucraina: ad esempio una sua riedizione di un articolo di Kissinger del 2016, ancora attuale. Ma nel suo Blog si trova molto altro.

L'Ucraina: motivazioni dell'attacco russo

Vi sono essenzialmente due motivazioni ufficiali dell'invasione russa: 1) le angherie che avrebbero subito i russofoni del Donbass, e 2) la sicurezza della Russia, che sarebbe stata messa a repentaglio da una espansione della NATO all'Ucraina.

1. Genocidio?

Sulle possibili angherie subite dai russofoni Putin e la sua propaganda parlano addirittura di genocidio. Ora questa affermazione non pare avere alcun fondamento. Che da parte ucraina ci possano essere stati atteggiamenti nazionalistici, poco rispettosi dell'identità linguistica e comunitaria dei russofoni può essere. Ma che gli ucraini abbiano intrapreso un “genocidio” mi pare proprio tesi priva di ogni credibilità. Prescindendo dal fatto che lo stato ucraino è uno stato democratico, con mezzi di informazioni non manipolati dal regime (a differenza dello stato russo, semidittatoriale), resta che se davvero vi fossero stati episodi efferati, la domanda che viene è “perché allora la Russia non li ha denunciati nelle sedi internazionali?” Esiste il tribunale dell'Aia, ad esempio, ed esistono le Nazioni Unite. Perché non ne hanno parlato in quelle sedi, magari producendo della prove. Ma poi, se davvero ci fosse stato genocidio, perché Lavrov non ne parlava, prima del 24 febbraio? E perché, anche dopo il 24 febbraio, non ne ha parlato il patriarca Kirill, che ha dovuto arrampicarsi sugli specchi per giustificare l'intervento russo?

Ripeto, da parte ucraina ci possono essere stati atteggiamenti nazionalistici e particolaristici. Se si può capire l'esasperazione contro i russi di un popolo martoriato da bombardamenti continui contro obbiettivi civili, resta che l'aver protestato per la presenza, nella Via Crucis del Venerdì Santo 2022 a Roma, di una russa accanto a una ucraina, è oggettivamente una manifestazione di nazionalismo particolaristico, che di fatto contrasta con l'idea di fratellanza universale. Ma il genocidio è tutt'altra cosa.

2. Sicurezza?

L'idea che la (vicinanza della) NATO metterebbe a repentaglio la sicurezza della Russia è un'altra idea delirante e in questo caso ancor più evidentemente priva di fondamento. Per diversi motivi: intanto la NATO è una alleanza difensiva, che non ha mai attaccato un paese democratico e pacifico. Sono intervenuti sì gli Stati Uniti, ma contro un regime come quello serbo, che democratico e pacifico non era, o come quelli afgano e irakeno, che, loro pure, democratici e pacifici non erano (anche se, nel caso dellì'Irak ho già detto che si è trattato di un grave errore).

In secondo luogo la NATO non attaccherebbe la Russia se non altro per la semplice ragione quest'ultima dispone di armi atomiche e una guerra tra due potenze atomiche provocherebbe danni talmente gravi e incalcolabili da sconsigliarla. Soprattutto dei paesi democratici, in quanto tali sensibili alla loro opinione pubblica, non scatenerebbero mai una guerra atomica di tipo offensivo. Del resto la prova provata che la NATO non attaccherebbe per prima la Russia è nel fatto sotto gli occhi di tutti che la NATO non attacca la Russia nemmeno per difendere un paese amico che viene dalla Russia invaso. Infatti la NATO non sta intervenendo direttamente per difendere l'Ucraina. Se quindi non sfodera la sua forza nemmeno per difendersi, perché dovrebbe sfoderarla per attaccare? Sono solo i paesi dittatoriali che pensano sempre e solo alle guerre di aggressione, i paesi democratici hanno ben altro a cui pensare. E infatti si lasciano cronicamente prendere alla sprovvista dalle aggressioni dei paesi dittatoriali, come nel caso dell'invasione russa dell'Ucraina.

In terzo luogo dato che esistono da decenni missili balistici intercontinentali non ha senso temere distanze ridotte, visto che in una guerra atomica le distanze avrebbero un senso decisamente limitato, per non dire praticamente nullo.

In quarto luogo, anche se la vicinanza contasse qualcosa, esistono già paesi NATO confinanti con la Russia, e la distanza tra il loro confine e il cuore della Russia non è maggiore di quello che si avrebbe con un eventuale ingresso dell'Ucraina nella NATO.

La Svizzera, paese non membro della NATO, è circondata da paesi NATO. Eppure non protesta che la sua sicurezza sia minacciata, né cerca di invadere i paesi confinanti giustificandolo come suo diritto per garantirsi la sicurezza. Perché? Perché la NATO è una alleanza difensiva di paesi democratici, che non attaccherebbe mai paesi democratici e pacifici. Anzi vediamo in questa circostanza dell'invasione russa dell'Ucraina, che non interviene militarmente nemmeno per difendere un paese democratico aggredito da un paese non democratico. Quindi il vero motivo per cui la Russia teme che dei paesi confinanti entrino nella NATO non è un loro possibile attacco militare, ma il fatto che tali paesi non potrebbero più essere invasi o comunque minacciati militarmente dalla Russia, e potrebbe quindi vivere in pace un assetto democratico. Che alla Russia, oligarchica e semi-dittatoriale, dà fastidio, perché rischia di contagiare la popolazione russa, svegliandola e spingendola a liberarsi dell'oligarchia al potere.

Espansionismo della NATO?

Ungheria 1956, Cecoslovacchia 1968, Polonia 1981, Ucraina 2022

Qui si colloca un'altra questione: l'espansione della NATO verso Est, con l'ingresso in essa di paesi ex-Patto di Varsavia, si spiega con una imposizione della NATO a tali paesi o come una libera adesione di di questi ultimi?

Ricordiamo che la NATO unisce paesi democratici, in cui è la popolazione a scegliere i propri governanti, e che nella sua storia la NATO non solo non ha forzato nessuno a entrarvi, ma non ha minacciato chi voleva uscirne, o chi di fatto ne è uscito, come fece a suo tempo la Francia con De Gaulle.

E i paesi dell'Est che hanno aderito alla NATO lo hanno fatto di loro spontanea volontà. La Russia infatti, come immagino l'obiezione: l'URSS non coincide con l'attuale Russia (Federazione russa), né da un punto di vista territoriale, dato che quella era molto più estesa, né da un punto di vista politico; tuttavia la continuità è molto maggiore di quanto si potrebbe credere. Putin è molto più in continuità con Stalin di quanto non lo fosse GorbaciovUnione Sovietica aveva impedito ai suoi paesi satelliti (membri, loro malgrado, del Patto di Varsavia) di allontanarsi dal suo sistema politico e aveva perciò invaso l'Ungheria nel 1956, la Cecoslovacchia nel 1968, e costretto la Polonia a auto-invadersi nel 1981.

Quindi è più che comprensibile che i paesi dell'Est ex membri del Patto di Varsavia, cioè ex satelliti russi, non si siano fidati del potente vicino, animato da una pretesa imperiale di dominio su altri popoli, e abbiano voluto, aderendo alla NATO, mettersi al riparo dagli artigli dell'Orso. Nessuno li ha costretti. Loro stessi, retti da governi liberamente scelti dalla loro cittadinanza in base a un sistema democratico e pluralistico, hanno chiesto di aderire alla NATO, temendo la minaccia russa.

I fatti del 2022 dimostrano che i loro timori erano più che giustificati.

E il fatto che ora anche Svezia e Finlandia, due paesi democratici che non possono certo essere detti burattini degli Stati Uniti, vogliano entrare nella NATO, dice che la Russia viene, e giustamente, vista non come un paese che si limita a difendere i diritti minacciati della minoranza russofona del Donbass, ma come un paese aggressivamente imperialista, le cui mire vanno ben al di là del Donbass.

Sulle reali mire ultime della Russia si può vedere questo interessante articolo de La Nuova Europa, così riassunto da Adriano Dell'Asta, che lo ha segnalato su Facebook:

«In un articolo pubblicato su RIA Novosti, principale agenzia d’informazione del Cremlino, la Russia reinterpreta il proprio ruolo messianico (religioso e politico) come «decolonizzazione» di tutto il mondo, un compito senza limiti motivato dall’odio antioccidentale.

È per questo motivo e a questo scopo ultimo (la denazificazione dell’Occidente e di tutto il mondo esterno) che la Russia ritiene necessario distruggere l’Ucraina come Stato sovrano, cancellarne il nome e la storia e quindi soggiogarne totalmente la popolazione con repressioni e censura. Lo stesso modello d’intervento potrà essere applicato poi ad altri Stati sovrani, finché tutto il mondo, in primis l’Occidente, non sarà uniformato a questo progetto, progetto estremamente inquietante, non solo per la negazione di tutte le norme del diritto internazionale, non solo per la ferocia delle misure di coazione previste sull’intera popolazione, non solo per l’assoluto e totale contrasto con i principi umani universalmente riconosciuti, ma anche per l’allucinante somiglianza con quanto il nazismo fece realmente nei territori da lui occupati 80 anni fa, per non parlare di cosa accadrebbe alle categorie «impossibili da rieducare»….

3. La chiamata in correità dell'Occidente

Questa non è una vera motivazione, ma un argomento usato comunque per giustificare l'aggressione all'Ucraina. Ossia il rinfacciare all'Occidente le sue “colpe” in ambito di interventi anche militari all'estero: i già citati casi di Irak, Afganistan, Serbia e mettiamoci anche Libia. Ora, non si può negare, come ho già detto, che ci siano stati degli errori, soprattutto da parte americana (non tanto della NATO in quanto tale): gli errori più grossi, come ho già detto, sono stati la prima e più ancora la seconda guerra del Golfo.

Va però osservato anzitutto che gli stati in cui l'Occidente è intervenuto erano stati non democratici e non pacifici, a differenza dell'Ucraina, stato democratico e pacifico. 

Inoltre vi è stata una vera e propria invasione solo con la seconda guerra del Golfo, ma con la grossa differenza, rispetto all'aggressione russa all'Ucraina del 2022, che gli irakeni, se nella loro grande maggioranza non hanno accolto le truppe USA a braccia aperte, nemmeno hanno opposto una resistenza anche solo lontanamente paragonabile a quella che gli ucraini oppongono ai russi. In meno di un mese (20/3/2003 - 15/4/2003) infatti tutte le principali città dell'Irak erano state prese dalla coalizione a guida USA, senza alcun bisogno di bombardare edifici civili, come hanno fatto i russi con ospedali, scuole, ferrovie, e senza scontri armati particolarmente cruenti. Solo successivamente si sarebbero verificati episodi di cecchinaggio e ulteriormente altri fenomeni di ribellione alle truppe occidentali.

Ancora, gli Stati Uniti non hanno fatto delle guerre per annettersi dei territori, strappandoli ai paesi vinti: non si sono annessi territori dell'Irak, non si sono annessi territori dell'Afghanistan, non si sono annessi territori della Serbia. La Russia invece ha fatto qualche anno fa una guerra all'Ucraina e si è annessa la Crimea. E anche adesso vuole annettersi territori ucraini.

Infine vi è un diverso tipo di libertà di informazione e dissenso: negli Stati Uniti le informazioni circolano liberamente, e i pacifisti hanno sempre potuto manifestare liberamente, nella Russia neo-sovietica di Putin chi osa anche solo fiatare rischia il carcere e ai mezzi di informazione è imposto un pesante bavaglio. Che non ha molto da invidiare alla censura vigente nell'URSS.

4. Un altro sofisma: così han sempre fatto tutti

Chi sostiene Putin potrebbe dire: ma da che mondo è mondo i confini degli Stati sono cambiati, e uno Stato si è appropriato di un pezzo di un altro Stato o lo ha addirittura ingoiato. La stessa Italia unita è nata così: sottraendo territori all'Austria, al Papa e al Re delle Due Sicilie. Con la guerra. Analogamente la Francia ha sottratto con la guerra territori al Sacro Romano Impero. E nessuno se ne stracciava le vesti. Questo demolirebbe la tesi che l'attuale invasione sia qualcosa di imperdonabile, cioè eticamente inammissibile e giuridicamente gravemente lesivo del diritto internazionale.

Rispondo con due argomenti:

  • anzitutto negli esempi fatti, quanto in essi vi è di perdonabile (=eticamente ammissibile) è dovuto al fatto che si trattava di cambiamenti in cui era in gioco una questione nazionale (etnico-culturale), l'identità negata di una nazione. Nel caso dell'invasione russa invece è in gioco una questione di visione-del-mondo: totalitarismo contro democrazia. Senza contare che nelle guerre di indipendenza italiana vi era un piccolo Stato (più) democratico (il Piemonte) che affrontava un Impero non democratico (l'Austria). Dunque con ben più diritto di un grande Stato animato da un ideale di imperialismo totalitario che aggredisce un piccolo Stato democratico: la situazione è capovolta.
  • Ma non è solo questo: la storia va avanti ed è inaccettabile che nel XXI secolo si risolvano eventuali problemi con invasioni. Non siamo nell'età della pietra, siamo oggi un po' più lontani dall'età della pietra di quanto non si fosse nel XVII o nel XIX secolo. I problemi vanno risolti non con le invasioni e il bombardamento dei civili, le torture, le uccisioni in massa di civili e la deportazione in massa di civili, ma con la diplomazia e il dialogo.

Il punto deve essere questo: nel XXI secolo non sono ammissibili cambiamenti dei confini degli Stati in seguito a delle guerre. Cambiamenti di confini tra Stati, nella storia ce ne sono sempre stati e verosimilmente sempre ce ne saranno. Ma il progresso della consapevolezza del diritto deve portare a rifiutare cambiamenti di confini che siano frutto di guerra.


Esempi di come si possono e devono cambiare i confini in modo pacifico: la dissoluzione della Cecoslovacchia in Cechia e Slovacchia. Pacificamente e consensualmente. Così la dissoluzione dell'Unione Sovietica in tanti Stati indipendenti: consensualmente (fino a un certo punto, almeno) e senza spargimento di sangue.

Esempi di come non devono cambiare i confini: la dissoluzione della Yugoslavia, con la lotta cruenta tra serbi e croati, e soprattutto lo strappo del Kossovo dalla Serbia. Oppure l'invasione irachena del Kuwait. O lo strappo del 20% del territorio georgiano da parte russa.

5. Un timore atavico, oggi ingiustificato

Una mia amica mi ha fatto presente che nell'anima russa è radicato, più o meno inconsciamente, un timore atavico, quello di essere una nazione particolarmente esposta a minacce di invasione, e ciò per il fatto di essere da un lato priva di difese “naturali” contro l'esterno, come il mare o le montagne, e dall'altro, più ancora, di essere al confine con quell'Asia centrale dalla quale in passato potevano partire micidiali ondate di “popoli della steppa”, come i mongoli, portatori di una cultura radicalmente diversa da quella russa e di Che la minaccia dei popoli nomadi centroasiatici fosse reale lo vediamo tra l'altro dal fatto che un'altra grande civiltà, la Cina, costruì la Grande Muraglia proprio per difendersene..

In quest'ultimo senso la Russia aveva qualche diritto di sentirsi un baluardo dell'Europa cristiana contro orde barbariche che premevano da Oriente.

Peccato però che tale autocoscienza, unitasi al fatto di sentirsi la Terza Roma, il centro della vera cristianità, abbia alimentato sia una ideologia imperiale, che la faceva sentire autorizzata a dominare gli altri popoli, sia una concezione (e una prassi) cesaropapista, dove il potere spirituale era asservito a quello politico e il cristianesimo diventava pericolosamente religione civile, perdendo il suo carattere soprannaturale e universale.

Ma questo timore atavico di essere invasi e l'idea che solo come impero vasto e forte si possa resistere alle “orde barbariche della steppa”, per quanto radicato in generazioni e generazioni di russi, oggi non ha più alcuna realistica ragion d'essere.

Se l'attuale oligarchia fa leva su di esso, è solo per una operazione di potere.

6. La vera motivazione: il timore del contagio democratico

La Russia post-comunista non è diventata un paese realmente democratico. Putin è un ex-KGB, abituato a pensare in termini esasperatamente schmittiani di amico/nemico, e che ha dimostrato il più totale disprezzo per le regole costituzionali che la stessa Russia post-comunista si era data, facendosi rieleggere più e più volte, in barba a tali regole. Inoltre l'oligarchia di ultra-ricchi, a cui egli è organico e funzionale, è in gran parte formata da ex-dirigenti comunisti riciclatisi (come lo è Putin). 

Che la Russia sia ben lontana dall’essere un paese democratico lo dimostrano fatti eclatanti come l'avvelenamento del principale oppositore dell’autocrate, Aleksej Navalny, e il suo arbitrario arresto, che dice di un cinismo e di una prepotenza sfacciati. E' gravemente violato, come in tutte le dittature che si rispettino, il principio di indipendenza della magistratura dal potere politico se accade, come è accaduto con Navalny, che giudici compiacenti usino le motivazioni più assurde e pretestuose per mettere a tacere, in galera, l'unico serio oppositore del tiranno. Ma di fatti se ne potrebbero aggiungere a iosa: basta legger quanto scriveva, già qualche anno fa, Anna Politkovskaja, ne La Russia di Putin: non a caso venne poi uccisa (e non occorre molta fantasia a immaginare da chi). Del resto in occasione dell'invasione dell'Ucraina l'attuale regime che governa la Russia ha rivelato una volontà di spietata e brutale repressione del benché minimo dissenso. Cosa che non è da Stato costituzionale democratico. Per non parlare di come viene condotta la guerra: con bombardamenti su obiettivi civili, deportazioni di civili in massa (decine di migliaia di ucraini sono stati deportati in Russia), torture di civili, ed esecuzioni di civili in massa con fosse comuni (alcune delle quali attestate dal segretario generale dell'ONU, quando visitò Bucha): insomma siamo in presenza di comportamenti incompatibili con uno stato di diritto. Veri e propri crimini di guerra. Incompatibili con uno Stato democratico.

Del resto anche l’alleato bielorusso di Putin, Lukašėnko,che fa dirottare un aereo occidentale per sbattere in galera un suo oppositore, dice di una spregiudicatezza che nulla ha a che vedere con la democrazia e il rispetto dei diritti umani.

Non può, infine, essere un caso che tutti gli alleati di Putin oggi siano paesi totalitari, come la Cina popolare, la Corea del Nord, l'Iran, o brutalmente dittatoriali come il regime golpista birmano: cioè: “è facilissimo che i simili si associno ai loro simili”similia cum similibus facillime congregantur.

Quindi la vera motivazione è quella, sopra accennata, del contagio democratico.

Lo stalinismo è davvero finito in Russia?

Che la Russia di Putin non sia una democrazia, ma un regime con tratti sempre più marcati di totalitarismo, lo possiamo vedere confermato dal fatto che un autore come Aleksandr Solženicyn, uno dei più importanti dissidenti russi, ha denunciato con viva preoccupazione il fatto che la Russia non ha mai fatto i conti col suo passato totalitario, non lo ha mai davvero rinnegato. In Arcipelago Gulag egli insisteva sul fatto che a differenza della Germania, che dopo la caduta del nazismo aveva avviato un reale processo di de-nazificazione, processando in modo limpido e completo i responsabili dei crimini nazisti, nella Russia post-staliniana non fosse avvenuto alcuna reale condanna dei crimini staliniani.

E questo è durato fino ad oggi, con molti in Russia che esaltano Stalin e si rifiutano di riconoscerne i crimini. Il sito Oasis riporta un interessante brano di Solženicyn, che vale la pena leggere per intero, e di cui do qui solo un veloce assaggio.

Nella Germania Occidentale fino al 1966 sono stati condannati ottantaseimila criminali nazisti, e noi gongoliamo, non risparmiamo pagine di quotidiani e ore di radio, ci fermiamo ai comizi anche dopo il lavoro e votiamo: non basta! Neppure ottantaseimila bastano! e sono pochi vent’anni di processi, bisogna continuare!

Da noi invece (secondo quanto è stato pubblicato) sono state condannate circa trenta persone.(...)


Perché alla Germania è dato di punire i suoi malvagi e alla Russia no? Quale funesta via percorreremo se non ci sarà dato di purificarci della sozzura che marcisce dentro il nostro corpo? Che cosa potrà insegnare al mondo la Russia? (...)

il fatto che gli assassini dei nostri mariti e dei nostri padri viaggino per le nostre vie e noi lasciamo loro la strada, questo no, non ci tocca, non ci preoccupa, è “rivangare il passato”. (...)


Tacendo sul vizio, ricacciandolo nel corpo perché non si riaffacci, noi lo seminiamo, e in futuro germinerà moltiplicato per mille. Non punendo, non biasimando neppure i malvagi, non ci limitiamo a proteggere la loro sterile vecchiaia, ma strappiamo dalle nuove generazioni ogni fondamento di giustizia. (...)

I giovani imparano che la bassezza non viene mai punita sulla terra, anzi porta sempre il benessere. Non sarà accogliente un tale paese, farà paura viverci!

Sul fatto che la Russia di Putin sia ancora sostanzialmente sovietica, si vede sotto, dove parlo del nuovo patto Molotov-Ribbentrop.

Che fare?

la cosa principale

L'Occidente si è fatto cogliere impreparato dall'attacco russo. Questo è accaduto non solo e non tanto per errori “tecnici”, come un mancato funzionamento dell'intelligence, quanto perché l'Occidente nel suo insieme guarda solo all'immediato, al suo comodo immediato. Per via di una prevalente mentalità immanentistica ed edonistica, in fondo nichilista. Da un lato infatti ci si concede una trasgressività etica che non può che scandalizzare molti, e dall'altro si è aggrappati all'immediato interesse economico, senza guardare oltre, ai bisogni dei più deboli e al proprio stesso futuro nel medio-lungo termine. In ultima analisi infatti non bisogna pensare che l'Occidente sia il Bene (assoluto) e l'attuale fonte anti-occidentale (Russia, Cina, Corea del Nord e altri) sia il Male assoluto. Non dobbiamo dimenticare che il vero nemico non è Putin, ma il diavolo, e che «La nostra battaglia (...) non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.» (Ef, 6, 12).

Quindi la cosa assolutamente primaria e principale è lottare contro il male, che è anzitutto dentro di noi. E mettere in atto comportamenti pacifici anzitutto nel nostro micro-cosmo, nella nostra vita.

equidistanza irresponsabile

Poi però occorre considerare che comunque un certo tipo di male, come una invasione, tanto più se verosimilmente non limitata a piccole porzioni di territorio, ma prodromo di un espansionismo aggressivo e violento che si nutrirebbe della debolezza altrui, richiede anche una risposta sul piano materiale, naturale. In questo senso, per quanto il sistema democratico occidentale abbia dei difetti, sia in ambito interno, perché nessun paese è perfettamente democratico o perfettamente pacifico, sia in politica estera, insidiata dalla spinte particolaristiche ed egoistiche legate al peccato originale e all'azione del diavolo, che mette gli uni contro gli altri, rimane comunque che tra un sistema democratico imperfetto e un sistema dittatoriale, la scelta giusta è per il primo e contro il secondo. Senza irresponsabili e qualunquistiche (pilatesche e miopi) equidistanze.

Quindi è vero che quella attuale non è la lotta del Bene assoluto contro il Male assoluto, ma vi è comunque una lotta di una (maggior) civiltà contro una (maggior) barbarie.

per una pace giusta

Ma va tenuto comunque conto che le democrazie di fatto esistenti sono fatte da uomini peccatori e quindi occorre un ultimo realismo per non dare per scontato che quanto si propone sia senz'altro giusto e una disponibilità ad ascoltare l'altro.

In effetti l'obbiettivo non è la vittoria, ma la pace: come ama ricordare Raimon  Panikkar «la pace fugge dal campo dei vincitori». Anche se la pace per essere tale deve fondarsi sulla giustizia e sulla verità. La pace allora richiede che si raggiunga una intesa, fondata sulla verità e sulla giustizia. La verità tutta intera e la giustizia fino in fondo.

In questo senso l'obbiettivo non è sconfiggere la Russia, ma semmai sconfiggere Putin, cercando con la Russia una intesa fondata sulla giustizia e sulla verità. Ma in realtà l'obbiettivo non deve essere nemmeno quello di sconfiggere Putin, ma il falso Putin, la falsa immagine cioè che (attualmente) Putin ha di sé stesso. Questa falsa immagine non è la sua verità, perché se Putin si guardasse nella sua verità, se guardasse alla verità della sua umanità, si vedrebbe come creatura di Dio, fratello di tutti gli esseri umani e quindi capirebbe che quello che sta facendo è sbagliato. E lo sarebbe anche se vi fosse, come probabilmente vi è, una parte di verità nelle motivazioni che lo muovono (un trattamento non rispettoso verso i russofoni, ad esempio, o gli errori dell'Occidente). Perché il mezzo della guerra è sbagliato (per non parlare delle bombe sui civili e delle altre atrocità che i russi stanno attuando in Ucraina).

no alla resa

La guerra non deve concludersi con la resa dell'aggredito, anzitutto perché ciò non sarebbe giusto. E in secondo luogo perché ci sarebbe quasi certamente un effetto-domino: se Putin non trovasse argini, deborderebbe ben oltre il Donbass, e poi oltre l'Ucraina, e la Cina potrebbe invadere Taiwan, e in tutto il mondo si affermerebbe la legge della giungla.

Qui si decide una partita importantissima: sapere se nel XXI secolo vige la legge della giungla, per cui il forte mangia il debole, o un diritto internazionale, per cui i rapporti tra gli stati devono regolarsi, almeno in linea di principio, sulla giustizia, una giustizia che tutti possano comprendere.

e Putin?

Non posso escludere che, come ogni essere umano, in quanto dotato di libero arbitrio, Putin possa cambiare e desistere dal suo attuale progetto messianico-imperialistico. Ciò è possibile (io credo nei miracoli), ma, in base ai dati di cui disponiamo, altamente improbabile. Anche perché dietro Putin c'è tutta una potentissima oligarchia, che non mollerà facilmente il potere dispotico su cui si regge.

Per cui l'esito a cui occorre tendere, se non cambia qualcosa, è quello di de-putinizzare la Russia, facendo leva sulla opposizione democratica in essa presente e sul malcontento che potrebbe crescere se l'Occidente farà la sua parte.

Perché è vero che Putin ha ricevuto alle ultime presidenziali russe del 2018, anche al netto di una campagna elettorale a senso unico e di diffusi brogli, un ampio consenso. Un consenso dovuto, secondo La civiltà cattolica non tanto a miglioramenti in ambito economico, quanto alla sua politica estera, che ha segnato una riscossa della Russia rispetto ai rospi che aveva dovuto ingoiare nelle guerre balcaniche degli anni '90, una riscossa che ha avuto nella invasione della Crimea il suo acme. Le guerre possono portare all'acme la popolarità dei dittatori.

Ma le guerre sono state anche, nella storia, l'occasione per il crollo di regimi autocratici: è grazie alla Prima Guerra Mondiale che sono finiti gli Imperi austro-ungarico, quello germanico, quello ottomano (e fu un rovesciamento ben profondo la fine del Sultanato, ben oltre un livello puramente politico), e quello russo: la Rivoluzione d'Ottobre non sarebbe stata possibile senza la guerra, e fu un cambiamento ancora più profondo di quello attuatosi nella Turchia sconfitta. Così anche la Seconda Guerra Mondiale, voluta dai dittatori Hitler e Mussolini, segnò la loro fine: senza la guerra i loro regimi totalitari sarebbero durati ancora, e Dio solo sa per quanto.

Così anche adesso, quella guerra che potrebbe segnare un aumento di prestigio del dittatore, se andasse a buon fine (dal suo punto di vista), potrebbe anche essere, piacesse a Dio, l'inizio della sua fine, se il popolo ucraino continuerà la sua eroica resistenza, il mondo libero si sveglierà ad aiutarlo, e lo stesso popolo russo, a partire dai giovani, che eroicamente sfidano il tiranno manifestando nelle piazze, aprirà finalmente gli occhi. Il delirio di onnipotenza ha spesso portato alla fine del dittatore delirante.

in pratica, nell'immediato

In pratica occorre attivare, oltre alla fondamentale azione di conversione che ognuno deve cercare nella sua vita e nel suo ambiente, tutto ciò che può porre fine con giustizia alla guerra.

  1. aiutare in tutti i modi la resistenza anti-dittatoriale russa. Putin e l'oligarchia che lo sostiene non devono essere oggetto di odio, ma deve essere chiaro che dopo quello che hanno fatto non sono più interlocutori credibili. La resistenza esiste. Occorre puntare a una reale democratizzazione della Russia. Poi se questo sia realizzabile in tempi brevi o lunghi lo lascio giudicare a chi ha gli elementi per farlo.
  2. aiutare militarmente l'Ucraina a respingere l'aggressore, rispettando al tempo stesso i diritti dei russofoni e senza farsi prendere la mano da atteggiamenti di vendetta. Al riguardo segnalo questo articolo di Paolo Musso.
  3. sanzionare economicamente l'aggressore nel modo più energico: più energica sarà la reazione dell'Occidente, più velocemente otterrà dei risultati, e quindi più breve potrà esserne la durata. Sanzionare col contagocce è solo prolungare la sofferenza del popolo ucraino, oltre che i danni che noi stessi subiamo per le sanzioni. Si veda anche questo interessante articolo sui rischi della dipendenza energetica da dittature.

misure controverse

Boicottare la cultura russa?

La cultura russa ha dato molto all'umanità: Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov, Stravinsky, Prokovev, Solovev, Solgenitsin, per non fare che alcuni nomi. Purtroppo era già successo con la Germania, che pur avendo avuto personaggi di grande calibro culturale, come Leibniz, Kant, Hegel, Marx, Freud, Bach, Mozart (austriaco, ma di cultura tedesca), Beethoven, Brahms, Schubert, Schumann, Cranach, Dürer, Grünewald, Friedrich, e moltissimi altri, finì col dare il potere a un Hitler.

Il fatto che la Russia oggi sia in mano a una dittatura sanguinaria non toglie la grandezza della cultura russa. Né toglie che il nostro obbiettivo deve essere quello di riannodare legami con la vera Russia, una Russia non imperialista, ma che accetti di convivere pacificamente e fraternamente con tutti i popoli della terra. Senza pretendere di dominare il mondo.

Così come avere sconfitto Hitler non ha affatto impedito che subito dopo la sua sconfitta si riannodassero i legami con la nuova Germania, la vera Germania rinata dalle ceneri della follia nazista.

Boicottare lo sport russo?

Qui il discorso è più complesso. In teoria, di per sé, lo sport dovrebbe star fuori dalla politica. Ma siccome in Russia c'è la censura, delle sanzioni sportive, dato che non possono essere censurate, possono far sorgere domande e far capire quello che altrimenti la gente non potrebbe sapere.

nel lungo termine

Si tratta in sintesi di evitare gli errori di cui ho parlato sopra: l'Occidente deve essere meno egoista con i deboli, e più energico con i prepotenti. Si tratta di ad esempio di evitare il più possibile la dipendenza da paesi non-democratici e di stringere sui paesi non-democratici una morsa di limitazioni economico-commerciali che li costringa ad allargare sempre di più le maglie della libertà, dei diritti e della democrazia. Mai più fidarsi che basti il commercio a democratizzare dei paesi. E mai illudersi che una dittatura possa essere a lungo pacifica.

questioni aperte

Perché essere pro-Putin è irragionevole

Si può essere pro-Putin (nella varie gradazioni in cui lo si può: dal dire "ma anche noi abbiamo le nostre colpe", al dire "poverino, si sente accerchiato" e via dicendo) sostanzialmente per due motivi:

1) la paura: 1a) la paura grande che Putin ci butti la bomba atomica, e 1b) le paure minori del danno economico che una linea di fermezza ci potrebbe portare.

2) la simpatia per l'eroe dell'anti-mondialismo sovranista e populista.

Ora entrambi questi motivi non reggono:

la paura

1) Putin ha dimostrato di non essere un interlocutore ragionevole. Il dialogo ci può essere solo con chi è ragionevole, uno che voglia qualcosa di ben determinato e avuto quello si fermi. Ma uno che mente spudoratamente, terrorizza le voci libere nel suo paese, bombarda case, ospedali, stazioni, fa torturare e ammazzare a sangue freddo i civili, può essere ritenuto una persona ragionevole e dialogica? Da uno così ci si può aspettare di tutto, certo. Ma il modo migliore per fermarlo è mostrarsi decisi e risoluti, non tentennare e cercare di accontentarlo. Fu l'errore di Francia e Gran Bretagna a Monaco nel 1938. E Putin assomiglia sempre meno a Napoleone III e sempre più a Hitler.

la simpatia

2) Putin era una icona del sovranismo antimondialista, amico e sponsor di Trump. Ma questo era vero in un mondo in cui la Cina (comunista) era invece ben vista dai mondialisti. Adesso Russia e Cina vanno a braccetto. La Cina sta a guardare: se la Russia potrà prendersi l'Ucraina, la Cina si prenderà Taiwan. Quindi i sovranisti farebbero bene ad aggiornare le loro preferenze. Tra l'altro non sarà un caso se Israele è sotto attacco terroristico: i fondamentalisti islamici (che non dovrebbero essere troppo simpatici ai sovranisti nostrani) sono ringalluzziti dall'aggressività russa, per la quale tifano.

Quindi mi pare che la cosa più ragionevole sia che davanti a questa emergenza occorrerebbe superare le vecchie contrapposizioni intestine all'Occidente (sovranisti/mondialisti) e in questo senso Bolsonaro che si è rifiutato di condannare, alle Nazioni Unite, l'annessione dei territori invasi alla Russia, in seguito ai referendum-farsa, non è solo complice e corresponsabile di una grave violazione del diritto internazionale, ma ha dimostrato una deplorevole deficienza di giudizio critico (a meno che non voglia andare lui stesso verso una dittatura a viso aperto). In questo senso anche Trump ha una posizione quanto meno ambigua verso l'(ex?)alleato e sponsor che è in ballo un attacco globale all'Occidente e ai suoi valori di democrazia e diritti umani.

Il rischio è che invece i nipotini di Stalin (pro-Cina) e in nipotini di Hitler (sovranisti pro-Russia) si saldino in un nuovo patto Molotov-Ribbentrop: in effetti a volere una linea morbida verso Putin non sono solo gli ultraconsevatori sovranisti, ma sono anche i nipotini di Stalin, a cui la democrazia e i valori occidentali non vanno proprio giù. Non hanno digerito la fine del comunismo. E allora: muoia Sansone con tutti i filistei! Andiamo pure coi nipotini di Hitler. Pur di abbattere l'odiata democrazia occidentale.

Va riconosciuto che diversi esponenti dell'ultra-conservatorismo cattolico hanno capito questo punto e dimostrano di saperne trarre le conseguenze. Dimostrando una apprezzabile, non comune, onestà intellettuale.

Il punto cruciale: la democrazia è un inganno?

Accennavo poco sopra a questo strano nuovo patto Molotov-Ribbentrop. Questa convergenza tra l'estrema destra e l'estrema sinistra non è casuale. Affonda le sue radici nel pensiero e nella storia del '900. Marx fu il almeno il primo di una certa importanzaprimo a dire che che la democrazia rappresentativa (che si stava affermando in Occidente dopo la Rivoluzione Francese) è ingannevole. Per lui infatti pur dando la possibilità di votare a tutti, il potere reale restava necessariamente nelle mani dell'oligarchia economica, la borghesia, classe sfruttatrice del proletariato. Quindi era giusto rovesciare la democrazia “borghese” e instaurare, sia pure temporaneamente, la “dittatura del proletariato”.

Questo concetto venne sostanzialmente (e interessatamente) ripreso dei totalitarismi di estrema destra tra le due guerre mondiali, fascismo e nazismo: per loro quella francese, inglese e americana era una pseudo-democrazia, una democrazia ingannevole, perché era in realtà il dominio dei ricchi, una demo-pluto-crazia. Da qui poi partì anche il delirante concetto di complotto demo-plutocratico, anzi demo-pluto-giudaico-massonico. Che servì poi a giustificare l'Olocausto.

È interessante notare come generalmente chi oggi tifa per Putin tenda a pensare in termini : “niente è come sembra”, “ci vogliono far credere”. Loro, i perfidi cattivoni di turno. Una volta erano I Sette Savi di Sion, adesso sono le “lobbies mondialiste”, che promuovono il Non è che in questo concetto non ci sia una parte di verità: esiste un politically correct che viene effettivamente sponsorizzato da quello che io chiamerei mondialismo ideologico, ma questo non autorizza a parlare di complotto..

Ora, la democrazia di fatto esistente è certamente imperfetta, ma non è un inganno, di sicuro non lo è totalmente. Nessun dubbio che chi ha il potere economico possa condizionare le scelte della gente comune. Ma questo riguarda essenzialmente le scelte appunto economiche, commerciali: chi ha il potere economico vuole che la gente compri i suoi prodotti. E magari ne sottovaluti eventuali difetti o rischi. E ne sopravvaluti la bontà e ritenga ad esempio indispensabile ciò che tale non è. Ma pensare che l'intero mondo accademico e l'intero mondo giornalistico, o almeno la loro quasi totalità, sia in mano a delle lobbies economiche, che manovrano tutto in segreto, è un autentico, spropositato, farneticante delirio.

la fabbrica delle menzogne

La Rai mette a disposizione interessanti video sulla sistematica fabbrica di fake news da parte sovietico-russa: lo si può vedere qui sul sito della RAI, oppure direttamente qui sotto.

La sistematica fabbrica di menzogna da parte “russa” (le virgolette sono perché non voglio dare la colpa al popolo russo, ma a chi lo governa oggi) è per certi aspetti ancora più disgustosa e satanica dei bombardamenti. Analogamente a come aver negato di aver stuprato una donna è un po' come stuprarla ancora.

Tra le tante menzogne, memorabile resterà quella detta da Putin alla parata del 9 maggio 2022. Putin, con la spudorata e grottesca, tragicomica, menzogna di ieri («ci volevano invadere»), ha superato in falsità lo stesso Hitler.

Come pretesto per invadere la Polonia infatti Hitler ebbe più pudore di Putin, e si guardò bene dal dire che la Polonia voleva invadere la Germania.

Qualcosa invece di simile al discorso di Putin si trova in certi fondamentalisti islamici, secondo cui l'espansione arabo-islamica dei primi secoli fino alla Spagna a Ovest e all'India a Est era dovuta alla necessità di difendersi.

Perché Dio non ferma l'aggressore?

La situazione creatasi con l'invasione russa dell'Ucraina genera, tra le altre cose, un senso di impotenza: non poter fermare la mano dell'aggressore. E per chi è credente, viene la domanda: perché Dio non interviene?

La “politica” del Mistero che fa tutte le cose è anzitutto quella di rispettare la libertà della creatura. Il Figlio di Dio si è lasciato mettere in croce pur di rispettare la libertà dell'uomo. Ma poi il Padre lo ha risuscitato. Compensando più che abbondantemente il suo sacrificio.

Al netto degli errori che pure i governi filo-occidentali dell'Ucraina e l'Occidente hanno commesso (senza paragone meno gravi del macello che sta facendo Putin), io confido che la Provvidenza alla fine guiderà a una soluzione giusta. L'aggressore non potrà cantar vittoria in eterno. E già in questa vita arriverà per lui il giudizio di Dio. Come è arrivato per Hitler.

Pensiamo alla Seconda Guerra Mondiale: nel 1940 sembrava tutto perduto: il Terzo Reich stravinceva ovunque, conquistando quasi tutta l'Europa. Nel giro di 5 anni Berlino bruciava, totalmente occupata dai suoi nemici. E bruciava, si faceva bruciare, il cadavere del dittatore pazzo. Arriverà il giudizio di Dio.

Anche adesso.

Non secondo i nostri tempi.

Ma arriverà.

Papa Francesco e la guerra

«L’Ucraina è stata aggredita e invasa. E nel conflitto a essere colpiti sono purtroppo tanti civili innocenti, tante donne, tanti bambini, tanti anziani,costretti a vivere nei rifugi scavati nel ventre della terra per sfuggire alle bombe, con famiglie che si dividono perché i mariti, i padri, i nonni rimangono a combattere, mentre le mogli, le madri e le nonne cercano rifugio dopo lunghi viaggi della speranza e varcano il confine cercando accoglienza presso altri Paesi che li ricevono con grandezza di cuore. Di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: “Fermatevi!”». (Papa Francesco)

La posizione del Papa è pienamente umana e cristiana: egli ha fatto e sta facendo di tutto per far cessare la guerra, e giungere a un assetto che non sia l'imposizione di una parte sull'altra, ma la comune ricerca di una soluzione giusta.

Le sue parole del 4 maggio sull'«abbaiare della NATO» sono state interpretate da qualcuno in modo ideologico, come se esse contenessero un giudizio politico completo e definitivo. Ora, senza negare che in tali parole, peraltro significativamente introdotte da un «forse», che molti dimenticano, contengano anche una valutazione negativa (bisogna vedere però di che cosa: se di fatti e azioni, o di comunicazione), esse sono soprattutto il grido di dolore, straziato e straziante, di chi è disposto anche a ricordiamo che nei primi tempi dell'invasione il Papa era andato dall'ambasciatore russo a Roma e l'aveva supplicato in ginocchio (letteralmente) di porre fine alla guerraumiliarsi pur di stabilire un ponte con l'umanità di chi, come Putin e i suoi sostenitori, sembra aver perso l'uso della ragione.

In questo senso queste parole ricordano molto le toccanti parole con cui Paolo VI fece appello all'umanità degli «uomini delle Brigate Rosse», che avevano rapito Aldo Moro, supplicandoli di liberarlo.

la posizione del Papa (in dettaglio)

In un incontro (del 19 maggio 2022) con i direttori delle riviste dei gesuiti il papa ha fornito una ampia sintesi della sua posizione sull'invasione russa

Domanda al papa: «La Compagnia è presente in Ucraina, parte della mia Provincia. Stiamo vivendo una guerra di aggressione. Noi ne scriviamo sulle nostre riviste. Quali sono i suoi consigli per comunicare la situazione che stiamo vivendo? Come possiamo contribuire a un futuro di pace?»


Risposta di papa Francesco: «Per rispondere a questa domanda dobbiamo allontanarci dal normale schema di «Cappuccetto rosso»: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era il cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si stava muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché, e mi ha risposto: «Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro». Ha concluso: «La situazione potrebbe portare alla guerra». Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo.

Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco.

Qualcuno può dirmi a questo punto: ma lei è a favore di Putin! No, non lo sono. Sarebbe semplicistico ed errato affermare una cosa del genere. Sono semplicemente contrario a ridurre la complessità alla distinzione tra i buoni e i cattivi, senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi. Mentre vediamo la ferocia, la crudeltà delle truppe russe, non dobbiamo dimenticare i problemi per provare a risolverli.

È pure vero che i russi pensavano che tutto sarebbe finito in una settimana. Ma hanno sbagliato i calcoli. Hanno trovato un popolo coraggioso, un popolo che sta lottando per sopravvivere e che ha una storia di lotta.

Devo pure aggiungere che quello che sta succedendo ora in Ucraina noi lo vediamo così perché è più vicino a noi e tocca di più la nostra sensibilità. Ma ci sono altri Paesi lontani – pensiamo ad alcune zone dell’Africa, al nord della Nigeria, al nord del Congo – dove la guerra è ancora in corso e nessuno se ne cura. Pensate al Ruanda di 25 anni fa. Pensiamo al Myanmar e ai Rohingya. Il mondo è in guerra. Qualche anno fa mi è venuto in mente di dire che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a pezzi e a bocconi. Ecco, per me oggi la terza guerra mondiale è stata dichiarata. E questo è un aspetto che dovrebbe farci riflettere. Che cosa sta succedendo all’umanità che in un secolo ha avuto tre guerre mondiali? Io vivo la prima guerra nel ricordo di mio nonno sul Piave. E poi la seconda e ora la terza. E questo è un male per l’umanità, una calamità. Bisogna pensare che in un secolo si sono susseguite tre guerre mondiali, con tutto il commercio di armi che c’è dietro!

Pochi anni fa c’è stata la commemorazione del 60° anniversario dello sbarco in Normandia. E molti capi di Stato e di governo hanno festeggiato la vittoria. Nessuno si è ricordato delle decine di migliaia di giovani che sono morti sulla spiaggia in quella occasione. Quando sono andato a Redipuglia nel 2014 per il centenario della guerra mondiale – vi faccio una confidenza personale –, ho pianto quando ho visto l’età dei soldati caduti. Quando, qualche anno dopo, il 2 novembre – ogni 2 novembre visito un cimitero – sono andato ad Anzio, anche lì ho pianto quando ho visto l’età di questi soldati caduti. L’anno scorso sono andato al cimitero francese, e le tombe dei ragazzi – cristiani o islamici, perché i francesi mandavano a combattere anche quelli del Nord Africa –, erano anche di giovani di 20, 22, 24 anni.

Perché vi dico queste cose? Perché vorrei che le vostre riviste affrontassero il lato umano della guerra. Vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra. Il dramma umano di quei cimiteri, il dramma umano delle spiagge della Normandia o di Anzio, il dramma umano di una donna alla cui porta bussa il postino e che riceve una lettera con la quale la si ringrazia per aver dato un figlio alla patria, che è un eroe della patria… E così rimane sola. Riflettere su questo aiuterebbe molto l’umanità e la Chiesa. Fate le vostre riflessioni socio-politiche, senza però trascurare la riflessione umana sulla guerra.

Torniamo all’Ucraina. Tutti aprono il loro cuore ai rifugiati, agli esuli ucraini, che di solito sono donne e bambini. Gli uomini sono rimasti a combattere. All’udienza della scorsa settimana, due mogli di soldati ucraini che si trovavano nell’acciaieria Azovstal sono venute a chiedermi di intercedere perché fossero salvati. Noi tutti siamo davvero sensibili a queste situazioni drammatiche. Sono donne con bambini, i cui mariti stanno combattendo laggiù. Donne giovani. Ma io mi chiedo: cosa accadrà quando l’entusiasmo di aiutare passerà? Perché le cose si stanno raffreddando, chi si prenderà cura di queste donne? Dobbiamo guardare oltre l’azione concreta del momento, e vedere come le sosterremo affinché non cadano nella tratta, non vengano usate, perché gli avvoltoi stanno già girando.

L’Ucraina è esperta nel subire schiavitù e guerre. È un Paese ricco, che è sempre stato tagliato, fatto a pezzi dalla volontà di chi ha voluto impossessarsene per sfruttarlo. È come se la storia avesse predisposto l’Ucraina a essere un Paese eroico. Vedere questo eroismo ci tocca il cuore. Un eroismo che si sposa con la tenerezza! Infatti, quando arrivarono i primi giovani soldati russi – poi inviarono dei mercenari –, mandati a fare un’«operazione militare», come dicevano, senza sapere che sarebbero andati in guerra, furono le stesse donne ucraine a prendersi cura di loro quando si arresero. Grande umanità, grande tenerezza. Donne coraggiose. Persone coraggiose. Un popolo che non ha paura di combattere. Un popolo laborioso e allo stesso tempo orgoglioso della propria terra. Teniamo presente l’identità ucraina in questo momento. È questo che ci commuove: vedere un tale eroismo. Vorrei davvero sottolineare questo punto: l’eroismo del popolo ucraino. Quella che è sotto i nostri occhi è una situazione di guerra mondiale, di interessi globali, di vendita di armi e di appropriazione geopolitica, che sta martirizzando un popolo eroico.

Vorrei aggiungere un altro elemento. Ho avuto una conversazione di 40 minuti con il patriarca Kirill. Nella prima parte mi ha letto una dichiarazione in cui dava i motivi per giustificare la guerra. Quando ha finito, sono intervenuto e gli ho detto: «Fratello, noi non siamo chierici di Stato, siamo pastori del popolo». Avrei dovuto incontrarlo il 14 giugno a Gerusalemme, per parlare delle nostre cose. Ma con la guerra, di comune accordo, abbiamo deciso di rimandare l’incontro a una data successiva, in modo che il nostro dialogo non venisse frainteso. Spero di incontrarlo in occasione di un’assemblea generale in Kazakistan, a settembre. Spero di poterlo salutare e parlare un po’ con lui in quanto pastore.»


Per una pace giusta

Molto ragionevoli sono le proposte del prof. Zamagni, apparse su Avvenire del 21/09/2022. Ne riporto il nucleo essenziale:

Quali dunque i punti qualificanti di una proposta volta ad ottenere, un accordo di pace positiva? Ne indico sette.

1) Neutralità dell’Ucraina che rinuncia all’ambizione nazionale di entrare nella Nato, ma che conserva la piena libertà di diventare parte dell’Ue, con tutto ciò che questo significa. Una risoluzione dell’Onu deve essere adottata per assicurare meccanismi di monitoraggio internazionali per il rispetto degli accordi di pace.

2) L’Ucraina ottiene la garanzia della propria sovranità, indipendenza, e integrità territoriale; una garanzia assicurata dai 5 membri permanenti delle Nazioni Unite (Cina, Francia, Russia, Uk, Usa) oltre che dall’Ue e dalla Turchia.

3) La Russia conserva il controllo de facto della Crimea per un certo numero di anni ancora, dopodiché le parti cercano, per via diplomatica, una sistemazione de iure permanente. Le comunità locali usufruiscono di accesso facilitato sia all’Ucraina sia alla Russia; oltre alla libertà di movimento di persone e risorse finanziarie.

4) Autonomia delle regioni di Lugansk e Donetsk entro l’Ucraina, di cui restano parte integrante, sotto i profili economico, politico, e culturale.

5) Accesso garantito a Russia e Ucraina ai porti del Mar Nero, per lo svolgimento delle normali attività commerciali.

6) Rimozione graduale delle sanzioni occidentali alla Russia in parallelo con il ritiro delle truppe e degli armamenti russi dall’Ucraina.

7) Creazione di un Fondo Multilaterale per la Ricostruzione e lo Sviluppo delle aree distrutte e seriamente danneggiate dell’Ucraina, un fondo al quale la Russia è chiamata a concorrere sulla base di predefiniti criteri di proporzionalità. (L’esperienza storica del Piano Marshall è di aiuto a tale riguardo).

Ho motivo di ritenere che una proposta del genere, se opportunamente presentata e saggiamente gestita per via diplomatica, possa essere favorevolmente accolta dalle parti in conflitto. Forse l’ostacolo maggiore per una pace negoziata è la paura della negoziazione stessa. I politici e i capi di governo, infatti, temono di essere percepiti dalle rispettive constituencies o come pacifisti ingenui oppure come opportunisti con secondi fini. (…) Ecco perché, in una situazione come l’attuale, il ruolo dei costruttori di pace è fondamentale. La mobilitazione della società civile internazionale tesa a dare vita a una 'Alleanza per la Pace' è oggi, una iniziativa urgente e altamente meritoria.

Qualche perplessità la desta il punto 3, perché la Crimea è Ucraina e deve tornare all'Ucraina, alla quale è stata strappata con violenza inaccettabile. Tuttavia in generale il punto che condivido con Zamagni è che la pace deve essere giusta e non animata da spirito di vendetta contro il popolo russo e contro quei civili russofoni che hanno agito in buona fede.

Aggiornamenti

In questa pagina io non commento giorno per giorno i fatti che si susseguono. Ho messo e metterò solo ciò che in qualche modo rimane. Per aggiornamenti quotidiani trovo molto equilibrate le posizioni di Avvenire e de La Nuova Europa. Ad esempio eccellente è questo editoriale di Adriano Dall'Asta.

Imperdibili

  • l'intervista alla Zafesova (30 settembre 2022), buona conoscitrice della politica interna russa, tra l'altro sulla possibile caduta di Putin.
  • l'articolo di Paolo Musso (26 settembre 2022), dove si fa il punto della situazione, da un punto di vista politico-militare.