
Perché l'invasione è un male?
appunti per una valutazione
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da un punto di vista formale
E’ male dal punto di vista del diritto internazionale, che soprattutto dopo la 2a guerra mondiale si era affermato, secondo cui non si modificano i confini, internazionalmente riconosciuti, in seguito a una guerra. Li si possono modificare solo in modo pacifico. La stessa Unione sovietica si era attenuta a questo principio: invade sì Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968), e poi l’Afghanistan (1979), ma senza annettersi un solo centimetro quadrato di tali Stati. Ora invece accade che uno Stato faccia guerra a un altro Stato pretendendo di annettersene almeno una parte (se non di fagocitarlo tutto). Ora, questo è male. Perché? Perché se passa questo principio, che uno Stato si può annettere un (pezzo di un) altro Stato con la guerra, viene meno una regola basilare di diritto internazionale che invece ha garantito e potrebbe ancora garantire la pace tra gli Stati. I rapporti internazionali a quel punto non sarebbero più, nemmeno tentativamente, regolati dal diritto, ma solo dalla forza. E a quel punto l’unica legge sarebbe quella della giungla, per cui il più forte mangia il più debole.
una obiezione: il precedente di Israele
Un amico mi ha obiettato che il caso della Cisgiordania occupata da Israele rappresenterebbe un esempio di modifica di confini internazionalmente riconosciuti, con beneplacito dell’Occidente.
Al che io ho risposto che «il caso Cisgiordania non pare paragonabile al caso Ucraina: 1) intanto perché Israele occupa la Cisgiordania in risposta a una aggressione che aveva subito da parte di Stati che lo volevano nientemeno che distruggere (mentre Putin invade l’Ucraina senza che quest’ultima avesse tentato di invadere e distruggere la Russia);
2) in secondo luogo Israele non ha mai detto di volersi annettere la Cisgiordania (come invece ha fatto Putin con le regioni ucraine occupate): si tratta di territori dallo status giuridico ancora da definire, e per definirlo occorre che ci sia una controparte disposta a riconoscere il diritto di Israele a esistere. All’Egitto, che ha riconosciuto tale diritto, Israele ha restituito per intero il Sinai. E l’unica controparte a cui Israele potrebbe restituire la Cisgiordania è l’autorità nazionale palestinese, quando questa si deciderà a riconoscere il diritto di Israele a esistere.»
da un punto di vista concreto-contenutistico
Ma c’è di più. C’è il fatto, sostanziale e concreto, che nulla lascia pensare che la Russia putiniana si fermerebbe dopo essersi presa un pezzo di Ucraina. Anzitutto con la Russia stanno altre potenze autocratiche (o meglio dittatoriali): la Cina, la Corea del Nord, l’Iran. Un vero e proprio asse, chiamiamolo asse delle autocrazie. Ora, chiediamoci: questo asse è interessato solo a indebolire un pochino l’Occidente (“dai, fai un po’ di spazio anche noi, per favore”), con cui poi convivere felici e contenti, per sempre, pacificamente? O è intenzionato, in ultima analisi, a distruggere le democrazie?
1) Per rispondere a questa domanda si considerino anzitutto dei dati empirici: perché la Svezia e la Finlandia hanno chiesto proprio adesso (dopo l’inizio dell’invasione putiniana) di entrare nella NATO? Perché tali nazioni non avevano sentito il bisogno dello scudo protettivo della NATO quando c’era l’Unione Sovietica (la Finlandia non poteva chiedere di aderire alla NATO, d’accordo, ma la Svezia sì), e invece tale bisogno lo sentono adesso? E’ compatibile tale pressante richiesta con la percezione di una Russia ragionevole e pacifica che si limita a chiedere (come se già fosse poco, ma ammettiamo che lo sia) un pezzettino di Ucraina? E perché Estonia, Lituania, Lettonia e Polonia sono allarmatissime per un possibile attacco russo e si muovono per contrastarlo? Questo depone a favore della percezione di un Putin ragionevole e pacifico? Ed è pensabile che i paesi vicini alla Russia siano prede di una ingiustificata isteria? O è più facile che siamo noi, più lontani e meno conoscitori di che cosa può fare la Russia, a crogiolarci in consolanti illusioni?
E poi: gli alleati della Russia sono ragionevoli e pacifici? E’ ragionevole il dittatore della Corea del Nord, che pensa solo a fabbricare missili (e poi a sperimentarne la gittata e l’efficacia)? E’ ragionevole e pacifica la Cina comunista, che, un giorno sì e l’altro pure, minaccia Taiwan, la sorvola con aerei militari e la circonda con navi da guerra? E’ ragionevole l’Iran, che manda a morte una decina di oppositori politici al giorno, ammazza le donne che portano “male” il velo e da anni sta portando avanti un programma nucleare? Non siamo forse davanti a un asse di potenze aggressive e minacciose, accumunate dall’odio contro la democrazia?
2) Ma andiamo oltre il dato empirico in direzione di una sua interpretazione. Perché i paesi autocratici dovrebbero volersi espandere a tutto il mondo e non se ne starebbero buoni buoni nei loro confini?
Già Kant osservava che i regimi non democratici sono intrinsecamente guerrafondai, perché non devono rispondere a una opinione pubblica libera, e dal cui consenso dipendano. Ma c’è anche un dato storico: è già accaduto che un insieme di paesi autocratici, quelli comunisti, mirasse (e attivamente) a espandersi a tutto il mondo. La coesistenza pacifica con l’Occidente era solo una tregua. Ora non c’è più il comunismo (vero e proprio) ma l’attuale Russia è in mano agli eredi della nomenklatura comunista, e la Cina e la Corea del Nord sono, anche formalmente, dei regimi politicamente comunisti. Non c’è più l’ideale egualitario. Resta però il dominio di una oligarchia, dispotica, ricchissima e corrotta, sul resto della popolazione. Ora, i regimi autocratici sono inevitabilmente spinti a voler dominare il mondo, se non altro perché, finché esisteranno paesi democratici, il loro potere sarà insidiato dal confronto, che i loro cittadini potranno fare con tali paesi, con la libertà da essi concessa, e col benessere in essi più diffuso. Le democrazie sono una pietra di paragone potenzialmente letale per le dittature. Un pericolo costante e mortale. Anche senza che muovano un dito contro di loro, ma per il solo fatto di esistere. E di funzionare bene. Per questo è del tutto plausibile che l’obbiettivo di eliminarle del tutto sia ancora più forte dell’interesse economico a commerciare con loro.
Quindi ci sono delle ottime ragioni che rendono plausibile che l’Ucraina, se Putin vincesse, sarebbe solo un primo passo verso il dominio del mondo da parte dell’asse delle autocrazie. Lo dimostra anche il fatto che l’attuale guerra non ha un carattere essenzialmente etnico-linguistico (anche se, malauguratamente, il governo ucraino, probabilmente per immaturità democratica, è un po’ caduto nella trappola di un non rispetto dell’identità linguistico-culturale dei russofoni): sono infatti molti i russi ad augurarsi che l’Ucraina la spunti. Perché così Putin cadrebbe. E potrebbe aprirsi una stagione di libertà anche in Russia. Del resto non mancano russi che combattono proprio, a fianco degli ucraini. Il punto infatti non è etnico, ma ideologico.
Senza contare che l’insidiosità del progetto delle autocrazie è accresciuta non solo per la loro abilissima politica di penetrazione economica (ma talora anche politico-militare) in diversi paesi africani, asiatici e in parte latino-americani; ma è tale da essersi abilmente costruita un potente cavallo di Troia negli stessi paesi democratici, facendo leva sui sentimenti anti-mondialisti e anti-democratici di una parte della loro popolazione, spaventata dalla prospettiva di una cancellazione delle (rassicuranti) identità nazionali. Così la Russia putiniana ha generosamente finanziato tutte le forze politiche e culturali che possono dividere, e quindi indebolire, l’Europa e l’Occidente. Presentandosi abilmente come il paladino della tradizione, lui che pure è un agente del KGB, della tradizione quindi nemico mortale, e come paladino del sovranismo e del multipolarismo, lui che concepisce il potere nel modo più accentrato che si possa immaginare (basti pensare a come ha trattato la Cecenia). C’è rispetto per le identità locali nella Russia putiniana? E ce n’è, nella Cina comunista, sua alleata? Il modo con cui sono stati trattati il Tibet e il SingKiang risponde a una logica di “multipolarismo” interno? L’asse delle autocrazie appare favorevole al multipolarismo solo in modo strumentale e propagandistico, quindi solo finché gli fa comodo, per dividere il nemico. Ma il mondo che le dittature sognano è tutto fuorché multipolare e pluri-identitario.
Qualcuno dirà: va bene, vero, e allora? Perché le autocrazie non dovrebbero essere meglio delle democrazie?
a) Non si vuole dire che i paesi democratici siano il Bene assoluto, e l’asse delle autocrazie sia il Male assoluto. Però i paesi democratici garantiscono una libertà e un rispetto del diritto che l’asse delle autocrazie non si sogna nemmeno. E la libertà e il diritto rispondono meglio alle esigenze iscritte nella nostra umanità che non una sottomissione cieca a un despota.
b) Inoltre, da un punto di vista teologico, la democrazia è il sistema che più rispecchia la “politica di Dio”, che non costringe gli esseri umani a credere e a obbedirgli. Non si impone, ma si propone.
c) Infine un regime dispotico appare inevitabilmente legato all’idea che un essere umano (o un ristretto gruppo di esseri umani) si arroghi dei poteri divini. Come se solo loro capissero tutto e potessero tutto (attribuendo a sé una infallibilità che è superbia, diabolica superbia, non consapevole del limite creaturale).