Capitalismo e cattolicesimo
Brevissime riflessioni teologiche sul capitalismo
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diverse posizioni nel mondo cattolico
Mentre sulle coordinate dottrinali, fissate dal Magistero dei Papi (legittimità ma non assolutezza della proprietà privata, e dunque dell'iniziativa privata) non ci sono grandi divergenze tra cattolici, sui mezzi con cui attuare tale quadro dottrinale, sul come si arrivi a una società equa, in cui siano rispettate tanto la dimensione della personalità libera quanto quella del bene comune, c'è divergenza.
- Vi è un cattolicesimo “di sinistra” che, in vario modo, insiste, soprattutto o esclusivamente, sul ruolo dello stato. Un ruolo che finisce con l'essere non soltanto di orientamento, ma di diretto, seppur non totale, protagonismo nell'ambito economico (secondo la formula dell'economia mista, quella, dossettiana e fanfaniana, delle "partecipazioni statali"): si potrebbe dire
più Stato, meno mercato
. - Vi è cattolicesimo “di destra” che nutre grande fiducia nella imprenditorialità dei privati e riduce molto il ruolo dello stato: si potrebbe dire
più mercato, meno Stato
. - E vi è infine una via di mezzo tre tali due impostazioni che invece punta invece più su un sociale volto al bene comune, dentro un contesto di regole: si potrebbe dire
più società, nello stato
(welfare society, sussidiarietà).
A noi sembra che sia quest'ultima la strada più giusta. In effetti, tra gli estremi di un liberalismo puro, che quasi azzera il compito dello stato in campo economico e quello del collettivismo che vuole lo stato protagonista unico dell'economia, il cattolicesimo propone una sorta di “terza via”, proponendo uno stato che, non diventando (se non limitatamente) lui stesso imprenditore, favorisce, legislativamente e amministrativamente, il fiorire (a macchia di leopardo, perché non pilotate dall'alto) di forme sociali di proprietà e di iniziativa.
la radice teologica della sussidiarietà
A rendere possibile la tesi di una sussidiarietà è, teologicamente, la convinzione della potenza della grazia, del soprannaturale, della possibilità cioè che Dio sia Dio, intervenendo nella storia.
Chi infatti diffida dalla possibilità che nascano delle iniziative economiche davvero solidaristiche, davvero rette da una logica diversa da quella di un "puro" ed egoistico profitto, da un profitto svincolato da ogni riferimento (etico) al bene comune è perché, non crede che il soprannaturale possa davvero permeare la storia. Insomma la radice teologica delle diffidenza verso realtà non-statali è una sostanziale diffidenza verso la possibilità di un intervento di Dio nella storia: in altri termini è una profonda sfiducia nel miracolo, o, che è lo stesso, una riduzione dell'Incarnazione a episodio, per così dire, "non replicabile", circoscritto a quel luogo e quel tempo, lontano e del tutto irraggiungibile.