una immagine di De Gasperi, leader moderato della DC

Per una destra responsabile

idee per un conservatorismo moderato

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Un rischio ricorrente

Se la sinistra tende a peccare di astrattezza ideologica, la destra corre il rischio diametralmente opposto, quello di un pragmatismo spregiudicatamente efficientista, refrattario a regole e ideali.

Se insomma una certa sinistra idolatra le regole, in modo astratto e velleitario, una certa destra le regole le detesta, come insopportabili limiti all'iniziativa individuale (“privata”).

differenziazioni interne

le due destre

Peraltro storicamente occorrerebbe distinguere: come a sinistra, accanto alla sinistra massimalista e rivoluzionaria, c'è stata una sinistra riformista e moderata, così anche, anzi ancor più, in quella che possiamo chiamare destra, ci state posizioni anche sensibilmente diverse.

In comune ciò che chiamiamo destra ha una sottolineatura del valore e della centralità dell'individuo. Laddove la sinistra tende a pensare l'individuo come immerso nella società, nella collettività, tende a pensare in termini prevelenti di collettività.

Ma un conto è pensare all'individuo come qualcosa di ordinario, qualcosa che si vuole sì il meno possibile eteronormato (sottoposto a regole dall'esterno), ma comunque autonormantesi (in base alla comune razionalità, soprattutto di tipo economico) ed essenzialmente dove la differenza la fa il merito, inteso come applicazione intelligente e “impegnata” di regole razionalmente comprensibili, dettate ad esempio dalla scienza economica individui, come fa la destra “liberale” classica, che auspica una società dove dominano le libere, prevedibili, razionali, “ordinarie”, leggi del mercato.

Altro conto è pensare a delle individualità eccezionali, dove la differenza è fatta da doti non comunicabili, da una “carismaticità” refrattaria alla giustificazione razionale, che possono agire in base a impulsi non razionalizzabili, al loro istinto “straordinario”, superomistico, come fa la destra estrema. Una destra, quest'ultima, che si era espressa nel XX secolo nel fascismo e nel nazismo, e oggi si presenta nella forma, più ovviamente c'è caso e caso, e in genere il populismo, almeno finora, non ha mai rovesciato le istituzioni democratiche, anche se sussistono inquietanti tendenze al disprezzo delle regole democratiche, come accadde nel mancato riconoscimento del risultato elettorale da parte di Trump nel 2020, e anche alla instaurazione di veri e propri regimi autoritari, come nel caso di Orban, che ha (quasi interamente) assoggettato al suo potere magistratura e mezzi di informazionemitigata, del populismo antimondialista.

una buona destra

non ...

Da quanto si è molto sommariamente accennato potrebbe sembrare che la destra “buona” sia quella moderata in quanto “liberale”, mentre la destra “cattiva” sia puramente e semplicemente quella populista. Ma le cose sono un po' più complesse.

Da un lato infatti una destra “liberale”, per quanto rispettosissima delle regole istituzionali democratiche, sarebbe tutt'altro che auspicabile come forza trainante dello schieramento “conservatore” nella misura in cui si ponesse l'obbiettivo di una totale assenza dello Stato dall'ambito economico. Lo Stato, in democrazia, è il luogo in cui tutti, indipendentemente dalla loro ricchezza, contano allo stesso modo (nell'urna elettorale la scheda di un povero pesa quanto quella di un ricco). Quindi lo Stato ha potenzialmente una importante funzione equilibratrice in ambito sociale. Può insomma fare qualcosa perché le disuguaglianze economiche non superino una certa soglia, ma consentano a tutti una vita dignitosa. Ora, va bene non attribuire allo Stato un ruolo di protagonista della vita economica, ma questo non vieta di riconoscergli un qualche potere regolativo della stessa vita economica. E una destra “liberale” ha nel suo DNA una insofferenza anche a quest'ultima funzione dello Stato. In particolare dopo il Crollo del Muro di Berlino il capitalismo è diventato supercapitalismo, con una serie di deleterie reazioni a catena, negli Stati e tra gli Stati.

D'altro lato, la destra populista non dovrebbe puramente e semplicemente cancellata o emarginata come un fenomeno privo di qualsiasi motivazione.

Innanzitutto il suo linguaggio, fortemente emotivo rappresenta certamente una estremizzazione, ma è l'estremizzazione, l'accentuazione unilaterale di qualcosa che nell'area moderata è fin troppo esiguo, se non del tutto assente.

Senza contare che ignorare programmaticamente e sistematicamente gli argomenti dell'estremismo, stenderci sopra il velo di uno sprezzante silenzio (“non vale nemmeno la pena parlarne”), è il modo migliore per dargli forza e per aumentarne i consensi elettorali. Qui l'area moderata, sia a destra sia a sinistra, si rivela troppo spesso fastidiosamente spocchiosa, e insofferente anche al solo prendere in considerazione gli argomenti del populismo.

Inoltre la destra populista, se su alcuni temi, fa leva su argomenti demagogici e fasulli (e quindi smontabili: e non si capisce perché i suoi avversari non ci provino neanche a smontarli), su altri temi qualche ragione ce l'ha. Non c'è dubbio, infatti, che qualche problema l'immigrazione lo ponga. Non ci dovrebbe essere forti dubbi che una certa negazione della differenza sessuale abbia una flessione ideologica e non realistica. Come non ci dovrebbe essere dubbio che in molti paesi occidentali ci sia un eccesso di burocrazia.

Se invece di negare la stessa esistenza di questi problemi, l'area moderata dello schieramento politico ci lavorasse sopra con serietà, accogliendone la parte, piccola o grande, di verità e respingendo non in modo pallidamente asettico, ma adeguatamente emotivo e comunicativamente chiaro e incisivo, ciò sarebbe un enorme bene per la democrazia.

bensì ...

Una “buona” destra dovrebbe rinunciare alle pericolosamente antidemocratiche scorciatoie demagogiche del populismo, senza per ciò attestarsi su una difesa di un supercapitalismo che ha mostrato e sta mostrando fin troppo tutta la sua disumanità.

È tutta da inventare una economia di mercato che non soffochi, da un lato, la libertà di iniziativa privata e non faccia dello Stato un protagonista economico, senza d'altro lato porre il profitto a qualsiasi costo come l'idolo a cui tutto e tutti debbano inchinarsi.

per una democrazia compiuta

In questo senso è essenziale che gli schieramenti alternativi si legittimino reciprocamente e collaborino costruttivamente: chi è al governo dimostrando un magnanimo equilibrio valorizzatore di ogni possibile apporto e chi è all'opposizione rinunciando ad asprezze elettoralistiche, e avanzando piuttosto proposte.

e il centro?

oltre la demonizzazione del proporzionale

Destra e sinistra, nel senso in cui ne abbiamo fin qui parlato, esistono dove c'è un sistema maggioritario. Ma dove c'è il proporzionale, come fu in Italia nella Prima Repubblica, ci può essere una forte area di centro, non costretta a dividersi (o di qua o di là).

Il maggioritario ha, secondo una diffusa opinione, una sua insostituibile utilità. Ma personalmente penso che tale utilità sia circoscritta all'ambito economico. In tale ambito occorre scelte anche decise, e dagli effetti controllabili anche nel medio-breve termine. Lì, insomma il compromesso non solo non è sempre raccomandabile, ma a volte può essere persino controproducente, nella misura in cui impedisse di determinare di chi è la responsabilità di certe scelte.

Ma l'ambito valoriale (quello delle leggi su inizio e fine vita, o sulla famiglia, per esempio) dovrebbe vedere la possibilità di paziente discussione e adeguatamente lunga discussione, e di un equilibrato compromesso. Perché mentre i provvedimenti economici possono cambiare con una certa frequenza, le leggi di tipo valoriale dovrebbero avere una vita decisamente più lunga. Cosa che non è possibile se si accontenta solo il 50 + 1 della popolazione (o meglio dei suoi rappresentanti). Qui il proporzionale avrebbe pienamente senso.

Quindi andrebbe valutato se un modo per stabilizzare la democrazia non sia quello di differenziare il ramo del parlamento che si occupa di problemi economici (da eleggere col maggioritario, così da avere maggioranza omogenee e stabili) dal ramo che si occpua di questioni valoriali (da eleggere col proporzionale, così da costringere le forze ivi presenti a un paziente compromesso).

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