una clessidra

Destra e sinistra

per una definzione attuale di questi concetti-chiave

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definizioni insufficienti

conservazione/progresso

Destra e sinistra sono spesso associate ai concetti di conservatorismo e progressismo. Nel senso che chi è di destra vuole “conservare” l'assetto esistente, vuole che le cose restino il più possibile come sono (o come sono sempre state), o addirittura vuole tornare al passato (e allora si parla di reazione, di atteggiamento reazionario, diametralmente opposto a quello rivoluzionario).

Mentre chi è di sinistra è per il cambiamento, per il progresso. Un progresso che, spinto all'estremo diventa “rivoluzione”, un concetto peraltro che ha fatto il suo tempo: dalla Caduta del Muro in poi esso sembra ormai appartenere all'archeologia della politica.

In sintesi:

sinistra destra
rivoluzione progresso conservatorismo reazione

Tuttavia queste definizioni, e non da ieri, risultano ampiamente inadeguate. Perché dagli anni Ottanta il cambiamento non è andato nella direzione auspicata dalla sinistra, di una maggior giustizia sociale e di una riduzione delle diseguaglianze economiche, negli Stati e tra gli Stati, ma è andato esattamente nelle direzione opposta. Nella direzione di un “turbocapitalismo” che ha visto il tramonto di qualsiasi ideale egualitario e collettivo, in nome del primato del profitto individuale, delle privatizzazioni, della concentrazione del capitale.

Per cui a voler cambiare era proprio “il capitale”, la classe più ricca, tradizionalmente quella schierata a destra, mentre a rimpiangere i tempi in cui i lavoratori dipendenti erano fortemente tutelati, e considerati con stima e rispetto, è semmai la sinistra (ciò che ne rimane).

capitale/lavoro

Per molto tempo, grosso modo dalla prima rivoluzione industriale e da quando si formò una classe operaia numerosa e con forte spirito di solidarietà, con sinistra si intendeva quella parte politica che difendeva gli interessi dei lavoratori dipendenti (il “lavoro”). E per lo più la sinistra abbracciava le idee di Karl Marx, o nella loro variante riformista o in quella rivoluzionaria.

In tale contesto la destra difendeva al contrario gli interessi della proprietà privata, dei proprietari, della borghesia (del “capitale”), non solo oppenendosi alla Rivoluzione, che avrebbe estinto la proprietà privata dei “mezzi di produzione”, instaurando il comunismo, ma anche resistendo (spesso il più possibile) contro gli interventi statali in campo economico che avessero limitato la libertà di iniziativa economica dei privati.

Di conseguenza era abbastanza ovvio, per gran parte dell'Ottocento e per buona parte del Novecento, che la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti votasse per i partiti di sinistra, e la borghesia, piccola, media e grande, votasse per le forze di destra o di centro, che garantivano la proprietà privata.

Ma da un certo punto in poi le cose sono cambiate.

  • il dato cruciale è il venir meno, con il Crollo del Muro di Berlino e dell'ideale comunista, di qualsiasi aspirazione egualitaria: non si mira più a una società più giusta, ma ognuno cerca il proprio benessere individuale
  • il crollo dell'ideale egualitario porta all'incontrastata affermazione di un turbocapitalismo, senza freni etici e argini ideali.
  • l'idea che ormai la è partita è definitivamente vinta favorisce, nel mondo ricco, occidentale o occidentalizzato, il venir meno di forme di solidarietà verso il Terzo Mondo, che a sua volta, non mirando più a un ideale egualitario, può solo puntare sull'arricchimento individuale,
  • ed essendo quest'ultima cosa pressoché impossibile “a casa propria”, si verificano massicci fenomeni migratori verso i paesi ricchi, sia nel contenente americano, sia in Europa, sia in Asia.
  • Inoltre, la globalizzazione favorisce la delocalizzazione di attività industriali in paesi dove il lavoro è meno costoso.

Questi ultimi due fenomeni creano un danno ai lavoratori dei paesi ricchi, che già, in un contesto post-industriale che li “sparpaglia” in luoghi diversi (mentre la fabbrica era un luogo che favoriva solidarietà e coesione), hanno una ridotta volontà rivendicativa: da un lato la possibilità di delocalizzare il lavoro costituisce un potente argomento ricattatorio, e dall'altro l'arrivo nei paesi ricchi di masse ingenti di manodopera a basso costo, potenzialmente concorrente dei lavoratori autoctoni, crea un ulteriore fattore che attenua possibili rivendicazioni sindacali, e favorisce il formarsi di sentimenti tipicamente “di destra” (ostilità anti-immigrati, risentimento contro la globalizzazione).

A ciò si aggiunge il fatto che, crollato l'ideale di egualitarismo economico, la sinistra nei paesi ricchi mette globalmente in sordina la tematica economica tout court, e quindi molti lavoratori non sentono più la sinistra come loro casa. Non solo, vi è anche un'altra causa di allontanamento dalla sinistra di una parte della classe lavoratrice: l'importanza che nella sinistra ha assunto il tema ecologico (ormai più importante di quello economico), spesso sostenuto con una tale rigidità da comportare ricadute occupazionali negative.

Ne segue che una parte non esigua di lavoratori dipendenti spesso vota a destra: soprattutto per una destra radicale, che

  • contrasta quella immigrazione che è fattore di concorrenziale manodopera a basso costo,
  • contrasta quella globalizzazione “selvaggia”, che permette la delocalizzazione del lavoro,
  • si oppone alla rigidità ambientalista che danneggia l'occupazione.

Quindi l'equazione destra=capitale, e sinistra=lavoro, non è più oggi, nei fatti, adeguata.

una possibile ri-definzione

In una democrazia matura è bene che, almeno a livello di politica economica, dove non è facile trovare il giusto equilibrio tra diverse istanze, ci sia alternanza tra una sinistra moderata e una destra moderata. Dove “moderata” indica una disponibilità alla reciproca legittimazione, e a considerarsi avversari, ma non nemici.

Dove, la sinistra, sia sì più attenta alle esigenze del lavoro dipendente, ma senza paralizzare una sana dinamica imprenditoriale e senza demonizzare una sana meritocrazia. E dove la destra non dimentichi le esigenze di giustizia sociale e di solidarietà e non promuova una esasperata e miope corsa al profitto a qualsiasi costo.

Ma perché ciò avvenga occorre un serio ripensamento della politica e della propria identità politica, dall'una e dall'altra parte.

Ne parlo in pagine successive.

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