
Salute e santità
risposta a una possibile obiezione
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Francesco Bertoldi
il problema
Si è detto che la salute del corpo non è separabile da quella della psiche e quest'ultima, con quella del corpo, non è separabile dalla salute dello spirito, la cui perfezione è chiamata anche, con lessico cristiano, santità.
L'obiezione che allora potrebbe insorgere è perché tante persone, che la Chiesa considera santi, non hanno goduto di buona salute (del corpo). Di esempi ce ne sarebbero tanti, a partire da Francesco d'Assisi, che specie nell'ultima parte della sua vita, ebbe grossi problemi di salute (alla vista, ma non solo).
anzitutto ...
La risposta che si può dare è che
- anzitutto la salute (del corpo) non deriva solo dalle scelte che la persona può fare, ma anche da fattori indipendenti dalla volontà del singolo, come quelli ambientali e genetici;
- in secondo luogo ci stati casi in cui, per un certo tipo di la fede è sempre compresa dentro un certo orizzonte concettuale, e nel Medioevo si ebbe spesso un'eccessiva svalutazione della corporeità dovuta all'influsso di un platonismo non ben integrato con la Rivelazione cristianamediazione concettuale, la fede, anche da parte di grandi santi, può essere stata vissute sacrificando oltre il giusto la dimenesione corporea.
È probabilmente questo il caso dello stesso Francesco d'Assisi, che praticava un tipo di ascesi molto dura (dormiva spesso sulla pietra, ad esempio), lui che chiamava il suo corpo “frate asino”. Lui, un cui discepolo, Jacopone da Todi, in un suo abbastanza famoso componimento, esclamava «o Segnor, per cortesia, mandame la malsania». (cioè pregava Dio di farlo ammalare).
la salute (del corpo) valore supremo?
C'è però da considerare un ulteriore elemento: se l'essere umano non è solo corpo, ma è anche, e soprattutto, spirito (nel senso che la dimensione spirituale è ontologicamente superiore a quella fisica), allora la, giusta, cura per la salute del corpo non può avere la precedenza su tutto.
Esigenze legate alla salute del corpo possono, allora, essere sacrificate, se in gioco è un valore più alto. Anzi, nel caso estremo, una persona, se vuole salvare la sua piena dignità di essere umano, può giungere fino a sacrificare la sua stessa vita. È quello che nel lessico cristiano si chiama martirio.
Aleksej Naval'nyj (1976/2024), che poi è stato di fatto ucciso dal regime tirannico che aveva osato contestare, a chi gli obiettava che col suo comportamento rischiava appunto ciò che poi gli è accaduto, rispondeva che «se non ci fosse niente per cui vale la pena morire, vorrebbe dire che non c'è nemmeno niente per cui valga la pena vivere». Chi non riconoscesse almeno in teoria la verità di parole come queste, dimostrerebbe di adagiarsi in un tipo di esistenza più verminoso che umano.
Ma il martirio può non essere solo l'accettazione di un sacrificio supremo, il sacrificio della propria vita, ma può anche assumere la forma di sacrifici minori, disseminati nel corso dell'esistenza, che possono anche causare danni alla salute fisica.
Prendiamo il caso della preoccupazione: se uno ragionasse in puri termini di salute fisica come valore supremo, dovrebbe evitare qualsiasi preoccupazione, ad esempio quella per delle ingiustizie che vengono fatte ad altri, o per per difficoltà gravi, in cui altri si trovano. Lo dovrebbe fare, dato che le preoccupazioni possono facilmente causare danni alla salute.
Ma chi facesse così, comprometterebbe la sua piena dignità umana, anteponendo un valore inferiore a uno superiore. Scegliendo di ignorare qualcosa di reale, per custodire una artificiosa, e falsa, tranquillità dello “spirito”.
Anche per questo, forse, molti santi, potrebbero non aver goduto di piena salute.
Un esempio che mi si presenta è quello di una persona che è stata molto importante per la mia vita di fede, don Giussani, il quale era talmente preso dalla passione di comunicare agli altri ciò che dava senso e letizia alla sua vita, che si sobbarcava dei ritmi di vita, che certo non si potevano dire “salutistici”: girava in lungo e in largo l'Italia in macchina, con insonne sollecitudine, per tenere incontri pubblici.
Questo, peraltro, non gli impediva di fare quanto gli era possibile per stare bene anche fisicamente. ma sempre subordinando la salute fisica al valore supremo: ciò che dà senso alla vita. Non si può escludere che se Giussani si fosse risparmiato di più dai ritmi frenetici della sua attività missione, per la fede cristiana, è annunciare ad altri il fatto di Cristo, che si è sperimentato come la cosa più buona e più importante della vita “missionaria”, la sua salute fisica ne avrebbe tratto vantaggio. Ma ne sarebbe valsa la pena?
conclusione provvisoria
È insomma giusto che uno faccia tutto il possibile per salvaguardare la sua salute (fisica), senza però fare di questo obiettivo il valore supremo. Conscio del fatto che ci possono essere tali e tante variabili da rendere impossibile una piena e totale attuazione di un “progetto salutistico”.
E conscio del fatto che il desiderio della salute non può essere slegato dal desiderio di vivere bene, integralmente bene. Realizzando cioè l'io, che non è solo il corpo.