
Il grande bluff di Putin
Invincibile? Tutt’altro!
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«Putin ripete che sta vincendo per andare avanti,
pian piano l’Ue sta capendo che è un bluff»
Francesca Paci
🍹 Introduzione
intervista a Kasparov, ex campione mondiale di scacchi, sull’invasione dell’Ucraina. Lo scacchista russo non crede alla sincerità di Putin, e quindi nella possibilità di una tregua reale. Per lui senza sconfitta militare Putin non si fermerà.
il testo
«Per tre giorni Garry Kasparov ha stretto mani e scambiato valutazioni sul convitato di pietra della Conferenza per la Sicurezza di Monaco, quella Russia tanto più minacciosamente vicina all’Europa quanto più l’America se ne distanzia. Qualcosa però nell’ultimo anno è cambiato, dice al telefono l’ex campione di scacchi e dissidente, mentre l’ultimo panel volge al termine: «Putin ripete che sta vincendo per andare avanti, pian piano l’Ue sta capendo che è un bluff».
Come sta la società russa alla vigilia del quarto anno di guerra in Ucraina?
«È difficile a dirsi perché dall’80 al 90% dei russi rifiuta di rispondere ai sondaggi per paura delle conseguenze. Possiamo solo analizzare dei dati parziali. Di certo nel 2022 una cifra enorme, tra uno e tre milioni, ha cercato di emigrare. Immagino che, tragicamente, la maggioranza viva la guerra come inevitabile, una realtà dura da accettare ma ancor più da criticare dal momento che viene servita come pane quotidiano dall’asilo fino al college in fabbrica e che è necessario farci i conti, essere integrati nella sua economia».
Nessuna crepa, quindi?
«La guerra è uno strumento del regime e come tale ha il pieno sostegno degli apparati statali, ma mi stupirei se l’appoggiasse più del 30% della popolazione. Il peggiore errore dell’occidente è guardare al campo di battaglia e ai risultati bellici ottenuti finora anziché alla narrativa. Il popolo russo non ha mai reagito all’esito delle guerre. Putin dice che andrà avanti finché vincerà, ragion per cui ripete che sta vincendo e non la partita per l’Ucraina ma quella per restaurare l’impero: sa di poter perdere milioni di uomini ma non la fiducia della gente perché ogni volta che un leader russo si è mostrato un condottiero incapace l’esito è stato esiziale. Il fianco debole è la narrativa, Putin non è imbattibile e bisogna dirlo, seguo molti canali “patriottici” che iniziano a esprimere dubbi sulle sue capacità di controllo».
Cinque Paesi occidentali hanno confermato, analisi alla mano, che Aleksej Navalny è stato avvelenato. Mosca non perdona chi si oppone e nel mirino c’è anche lei, su cui pendono due mandati di arresto per terrorismo. Sente una pressione crescente?
«Potrei dire che sì, la sento. Ma, come Michail Khodorkovsky, non ho molte alternative, se vogliono mi trovano. Ammetto di non andare più in giro come prima, di limitarmi, ma non cambio il mio stile di vita. Sono cresciuto nel solco della dissidenza sovietica, il modello del “fai cosa devi e sii così”. Non torno indietro».
A che punto è l’opposizione russa, all’interno del Paese se ce n’è una e nella diaspora?
«Wishful thinking a parte, non c’è opposizione dentro la Russia. Come potrebbe esserci, se basta un retweet per finire in carcere per anni? Il caso della diaspora è diverso, ci sono tre gruppi separati tra loro: il primo, quello di Navalny, è contro Putin ma non vuole impegnarsi in Ucraina; il secondo, vicino a Khodorkovsky, capisce che l’Ucraina deve vincere ma resta lontano dalla guerra; il terzo, che fa riferimento a me, sa di dover prendere parte e lavora attivamente al fianco dell’Ucraina contro gli invasori. Negli ultimi mesi c’è stato un forte spostamento dal primo gruppo, un tempo numericamente il maggiore, verso gli altri due: sta crescendo la consapevolezza che la sconfitta di Putin è l’unica chance perché la Russia cambi».
Crede alla prospettiva del cessate il fuoco a cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha fatto cenno anche a Monaco, parlando di giugno?
«Tutti vogliamo la fine della guerra, ma non credo sia realistico un cessate il fuoco con Putin che ha fatto della guerra il suo core business e un milione di russi abituati a uccidere che non possono tornare a casa salvo creare enormi problemi. La Russia è in condizioni economiche pessime. Se chiuderà il fronte ucraino ne aprirà uno in Moldova, nei Baltici, scatenerà un’altra guerra. Zelensky ha fatto concessioni enormi, ma finora non hanno portato alcun progresso».
Che idea si è fatto delle intenzioni di Donald Trump, c’è un margine entro cui fidarsi o fa solo il gioco di Putin?
«Non conosco le intenzioni di Trump ma vedo le sue azioni e sono inequivocabilmente per Putin, lo sono dall’inizio, qualsiasi cosa abbia fatto va in quella direzione. Ha spalleggiato le pretese del Cremlino, ha tagliato gli aiuti all’Ucraina, ha abbandonato l’Europa: Trump guarda a Putin e a Xi Jinping, pensa esclusivamente ai soldi e alla gloria non nell’interesse degli Stati Uniti ma del suo clan famigliare».
Zelensky ha rimproverato agli europei di non impegnarsi abbastanza. Condivide il suo j’accuse o capisce l’irritazione di chi nell’Unione lo ritiene un po’ ingrato?
«Non sono ucraino e non devo essere gentile, Zelensky è stato fin troppo soft. L’Europa è in guerra da quattro anni eppure non ha fatto un granché. Perché non ha chiuso tutti i rubinetti russi? La verità è che, per quanto si stia recuperando, manca ancora una completa presa di coscienza. L’Europa può ancora permettersi di non combattere perché al suo posto lo fa l’Ucraina e se non lo facesse la prima linea non sarebbe ai confini ma in casa».
Teme che la stanchezza per la guerra abbia raffreddato l’opinione pubblica europea, oggi in apparenza meno solidale nei confronti dell’Ucraina?
«Non credo. Certamente non si è raffreddata nei Paesi geograficamente più prossimi alla Russia. Certo, è normale che quattro anni di guerra si facciano sentire, ma non vedo un allontanamento dell’opinione pubblica occidentale da Kiev. In America Zelensky è di gran lunga il leader straniero più popolare nei sondaggi e, laddove Trump è in ribasso, le sue quotazioni aumentano. Ho anche l’impressione che gli europei finora più tiepidi si stiano riavvicinando agli ucraini, impegnati da sei mesi a resistere a bombardamenti massicci sulle città, al freddo, alla fame, al danneggiamento delle infrastrutture: stanno dando un grande esempio».
Ha avuto questa impressione anche parlando con le leadership europee a Monaco?
«Anche i leader capiscono, sì. Magari non lo dicono chiaramente, ma non ci sono più molti dubbi sul fatto che se Putin resterà al potere un attacco alla Nato sarà inevitabile, non un’invasione vera e propria ma un’incursione sì, verosimilmente nei Baltici, un blitz per mostrare chi controlla l’Artico. I leader europei non ne vogliono forse parlare in pubblico, ma stanno raggiungendo la consapevolezza, psicologicamente pesante, di doversi difendere attivamente dalla Russia e di doverlo fare senza l’aiuto americano».
Che tipo di giocatore è Vladimir Putin e che mossa può avere in tasca per vincere oggi la guerra in Ucraina o per mettere domani l’Europa con le spalle al muro?
«Putin non è un giocatore di scacchi, negli scacchi non conosci i piani dell’avversario ma vedi le sue pedine e ti muovi sulla base di regole definite. I dittatori non hanno regole, preferiscono il poker geopolitico e rilanciano finché non sono costretti a mostrare le carte. Per l’Europa è arrivato il momento di andare a vedere e scoprire il bluff di Putin».
Intervista da La Stampa del 16/02/2026.