
Israele come problema teologico
il mistero di una pervicace infedeltà
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“il suo sangue ricada su di noi e suoi nostri figli” (Mt, 27, 25)
Francesco Bertoldi
il problema
Israele è lo Stato del popolo ebraico, o meglio di quella parte dell’etnia ebraica che non ha riconosciuto l’incarnazione del Figlio di Dio. Chi è oggi religiosamente ebreo si riconosce in quella parte di popolazione ebraica che ai tempi di Cristo, non riconoscendone la divinità, ne chiese con insistenza la condanna a morte per crocifissione, e, stando ai racconti evangelici, portò come argomento a Pilato la propria piena assunzione di responsabilità per la condanna a morte di Cristo: “il suo sangue ricada su di noi e suoi nostri figli”.
Da un punto di vista teologico può essere un caso che quella parte di popolo ebraico che si è chiusa al riconoscimento di Cristo come Figlio di Dio e ne rivendica con orgoglio la condanna alla Croce, abbia poi subito delle vicende così altamente drammatiche?
- Pensiamo alla diaspora, che ha disperso tale popolo ai quattro angoli dell’Impero romano prima, e del mondo (soprattutto occidentale) poi.
- Pensiamo alla distruzione del Tempio, sopra il quale i mussulmani hanno poi voluto costruire delle loro moschee, la cui rimozione (per una ricostruzione del Tempio) scatenerebbe probabilmente un putiferio senza precedenti.
- Pensiamo alle tante forme di vessazione e di persecuzione a cui gli Ebrei sono stati nel corso dei secoli soggetti, intrecciandosi peraltro con forme di più o meno latente ostilità anche da parte loro verso la maggioranza cristiana.
- Pensiamo poi, ovviamente, anche all’Olocausto, il tentativo di eliminazione totale del popolo ebraico, operata, com’è noto, dall’infame e paranoico regime nazista.
Eppure il popolo ebraico ha dimostrato nel corso dei secoli incredibili doti di resilienza, e ha generato personalità di singolarissimo acume, come Marx, Freud, Einstein. Ha inoltre custodito, pur disperso in mille rivoli, la propria identità ed è riuscito nella missione impossibile di “resuscitare” una lingua morta (alfabeto incluso), l’ebraico, caso anche questo singolarissimo.
l'insegnamento di San Paolo
San Paolo, che era stato, in un primo tempo, un giudeo ferocemente anticristiano, ha detto cose (nella Lettera ai Romani) da cui non si dovrebbe prescindere sul destino storico del suo popolo, di quello che era e rimaneva etnicamente il suo popolo, e che del resto era anche il popolo di Cristo, per parte materna, e di Maria Santissima.
Per questo egli ne parla non con rabbia o con odio, ma con «nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua» (Rm, 9, 2). E anzi mostra, nonostante tutto, stima per un popolo che Dio non può smettere di amare:
«Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; [5] a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.»
E dopo altre pagine di trepidante accoratezza, egli afferma
«Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’ostinazione di una parte d’Israele è in atto fino a quando non saranno entrate tutte quante le genti. [26]Allora tutto Israele sarà salvato»
domande aperte
Che cosa ci dicono queste parole di San Paolo, e le altre, nei capitoli della Lettera ai Romani in cui parla del popolo ebraico dopo Cristo? Anche qui: ho più domande e ipotesi, che risposte.
Di sicuro non esse non suggeriscono di infliggere al popolo ebraico post-cristico alcuna punizione. Leggiamo al riguardo le parole di Maritain:
«Devo anche aggiungere che parole come "pena" o "punizione," che siamo costretti ad usare quando cerchiamo di chiarire problemi umani dal punto di vista della conduzione divina della storia, devono essere private di ogni connotazione antropomorfica e divengono pietosamente inadeguate se sbagliamo a fare così. In ogni caso, non c’è un abuso più assurdo che credere che sia affare di povere creature incoraggiare il loro orgoglio e l’ingiustizia applicando al loro prossimo, come se essi fossero la forza di polizia di Dio, “pene” e “punizioni” che riguardano soltanto il Creatore nelle Sue intime relazioni di amore con coloro che sono stati chiamati da Lui.»
(da Il mistero di Israele e altri saggi)
Non solo, ma le sofferenza da loro patite, in un’ottica provvidenziale, non dovrebbero essere viste come castigo divino, come qualcosa di voluto da Dio, ma, come qualsiasi ”male fisico” (nel senso agostiniano), come conseguenza di errori umani, che il Mistero non vuole, ma permette, li permette al fine di richiamare l’uomo da strade che portano alla morte eterna. Come ogni sofferenza, si tratta non di un “castigo divino”, ma di una auto-punizione.
Nel senso che sono degli errori umani a causare la sofferenza. E in casi come questo si può vedere in atto una dinamica per cui un soggetto (in questo caso un soggetto collettivo), non rendendosi conto che la sua difficile situazione è dovuta a suoi errori, la attribuisce ad altri soggetti umani, verso i quali è così spinto ad agire in modo ingiustamente aspro. E in tal modo si innesca un circolo vizioso tendenzialmente interminabile.
Ma se in qualche modo è nel disegno di Dio che il popolo che ha rifiutato e crocifisso il Figlio di Dio debba rendersi conto che si è messo su una strada sbagliata, ci si può chiedere allora se sia giusto che tale popolo possa tornare, come soggettività religiosamente configurata, ad avere una terra. Se la possa avere stabilmente e felicemente, prima di essersi reso conto del suo sbaglio e di essersene pentito.
il senso della sofferenza
Qui c'è il problema del senso della sofferenza, di quella sofferenza che consegue il male morale, il cattivo uso cioè della libertà di scelta: cristianamente (ma anche razionalmente, in realtà) essa non è una vendetta di Dio (come se Dio avesse bisogno di noi e si vendicasse perché Lo abbiamo offeso), a cui poco o tanto rimanda il concetto di “ira di Dio” o quello di “castigo di Dio”; essa è piuttosto un richiamo a tornare a volgerci a Chi vuole, davvero, il nostro bene, più di quanto ne vogliamo noi a noi stessi.
È cioè qualcosa di analogo al dolore che si sente se ci si è feriti, o quando si mette una mano sul fuoco: se uno non avvertisse dolore potrebbe non accorgersi della ferita e morire dissanguato, o potrebbe non accorgersi che il fuoco lo sta bruciando e farsi così, nella migliore delle ipotesi, gravi ustioni.
Non è che un cristiano debba muoversi (da un punto di vista pratico, operativo) diversamente da come la giustizia naturale suggerisce.
Però un cristiano può tener presente (da un punto di vista conoscitivo), quanto potrebbe essere soprannaturalmente disposto dal Mistero che governa tutte le cose, dal Signore della storia.
Sono domande e ipotesi, e semplici frammenti di risposta.
conclusione provvisoria
Provvisoriamente, bisogna distinguere:
- la questione dello Stato israeliano, va impostata in termini di giustizia naturale: come si è già detto nella pagina sullo Stato di Israele, e da un punto di vista naturale può essere giusto che esista uno Stato etnicamente ebraico. Ma che esista uno Stato religiosamente ebraico, che possa quindi privare di diritti civili e politici chi non è di religione ebraica, è qualcosa di ben più problematico, nella misura in cui discriminasse soggetti individuali o collettivi non animati da intenti fondamentalistici.
- la questione teologica, poi, il risvolto soprannaturale del problema, può essere affrontato solo con la preghiera e un dialogo fraterno, con i nostri “fratelli maggiori”, che sia massimamente accogliente verso la verità della persona dell'altro, senza con ciò alterare i termini di quanto uno può capire riguardo alla oggettività delle questioni, alla oggettiva e grave falsità del rifiuto di Cristo, vero Uomo e vero Dio.
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